La commedia umana delle piante

Caro lettore, può darsi che anche a te di piante e giardini non freghi assolutamente niente. E che anche a te uno scrittore che dichiari di vivere tra “Milano, Tangeri e un villaggio nel nord del Marocco” provochi un improvviso attacco di orticaria anti-fighetto. Può darsi che anche a te, dunque, Giardini e no di Umberto Pasti (Bompiani) sia finito in mano per sbaglio: incauto dono o beffardo contrappasso. Comunque sia, tientelo stretto e preparati a godere una delle letture più belle della stagione. Perché ciò che trascura di dire il risvolto ufficiale, di miracolosa modestia, è che quello di Pasti appartiene all’ormai quasi estinta razza dei “bei libri”: opere di carta e ingegno belle da guardare, persino da sfogliare, addirittura da leggere. Qui i fiori e le piante sono un pretesto, o un’allegoria, o un astuto giardino di Troia per superare sacrosante diffidenze in materia sociologica. Fatto sta che servono per parlare d’altro. Servono per allestire una spietata e spassosa comedie humaine vegetale, in cui vengono entomologicamente infilzate, linneianamente schedate e balzacchianamente svergognate le macchiette umane che affliggono la nostra società: i neomilionari che si fanno inverdire il villone da quei vetrinisti di esterni che sono i garden-designers; le sciure che coltivano giardini “col mignolo alzato”; le municipalità che impestano gli incroci con rondò offesi da piante incongrue e sculture demenziali… Una tassonomia che tuttavia non prevede solo giardini d’inferno: include anche giardini buoni, magari buonisti (quello del benzinaio, quello del buon selvaggio) ma sicuramente invidiabili. E include soprattutto noi lettori, costretti a riconoscerci con le nostre debolezze in certe metafore forse involontarie ma di indubbia trasparenza, come quella del collezionista di piante, “che ha la strana tendenza ad affezionarsi ai vegetali che gli riescono peggio”[, o perfino – gran maestria narrativa che consente di immedesimarsi in una pianta! – quella delle capricciose Fritillarie, che “hanno bisogno di totale riposo estivo e di gelare per mesi in inverno”].
Pasti scrive benissimo, con lingua e verve da Arbasino dei tempi d’oro: stessa ferocia contro l’imbecillità, stesso lessico ossidrico, senza il conformismo anticonformista e con in più qualche lampo di poesia perfino imbarazzante. E la sua prosa guizzante e sonora, insieme alle splendide illustrazioni di Pierre Le-Tan e alla gioia tattile di una carta che, sarà suggestione, ma sembra avere un’intensità più da foglia anziché che da foglio (a riprova del fatto che Bompiani, quando vuole, sa confezionare libri preziosi e offrirli a prezzi intelligenti) rendono davvero la lettura di questo libro una festa per l’intelligenza e gli altri sensi.

Articolo di Sergio Claudio Perroni dell'1 maggio 2010 per Libero

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