L’eros asimmetrico e sfigato di Gaetano Pecorella, poesiolista grezzo su carta fina

Non lasciatevi ingannare dall’apparenza: i versi di Gaetano Pecorella non sono la cosa più brutta nel libro di versi di Gaetano Pecorella.
Nel libro di versi di Gaetano Pecorella c'è una cosa più brutta dei versi di Gaetano Pecorella [in questo articolo troverete molte ripetizioni che sperano di sembrare anafore: l’abbiamo scritto ancora freschi di lettura dei versi di Gateano Pecorella, quindi felicemente influenzati dallo stile di Gaetano Pecorella]. Ci riferiamo al frontespizio del libro di versi di Gaetano Percorella. Aprire un libro e leggere «poesie di Gaetano Pecorella, disegni di Gustav Klimt»è un po’ come aprire uno spartito e leggere «parole di Luciano Moggi, musica di Franz List»: brutto assai. Tra l’altro è una menzogna. Una spudorata menzogna. Una spudorata menzogna dovuta all’esemplare modestia di Gaetano Pecorella [in questo articolo troverete molti aggettivi stucchevolmente anteposti al sostantivo: l’abbiamo scritto ancora freschi di lettura dei versi di Gaetano Pecorella, quindi ecc.]. Certo, i disegni che impreziosiscono il volumetto sono davvero disegni; ma quelle che allietano i disegni non sono affatto poesie. Macché poesie: è riduttivo. A scrivere poesie son bravi tutti: basta esser poeti e il gioco è fatto. Qui invece no, qui c’è roba d’élite, roba per poetastri di grande levatura.
Perché quelle che scrive Pecorella sono le uniche, le autentiche, le inimitabili «poesiole» – mitiche creature versiformi che credevamo estinte da decenni e che adesso, grazie a questo sobrio «Professore Avvocato milanese» (come lo definisce il risvolto, con laconico garbo ed esemplare uso di maiuscole) scopriamo essere ancora vive e vibranti, con la loro ineffabile capacità di racchiudere in poche righe l’intero universo spirituale del poetastro – e, soprattutto, l’intero secchiello della sua tecnica.
Ecco infatti Pecorella snocciolare le intramontabili querimonie di un eros anagraficamente asimmetrico, quindi sfigato (“Sulla carne | ho il segno di notti d’amore e di follia. | Tu, verde d’età, | un corpo hai come di pietra, | senza ferite né solchi, | né dolenti memorie”). Eccolo spargere le immancabili badilate di antichizzante – alcune, le più sbarazzine, venate di audaci metafore  (“Ma so, | come farfalla un dì, | su altri fiori, | su più giovani steli, | dormirai sonni tranquilli”); altre, grazie all’uso scanzonatamente dissennato dell’anastrofe, ricordano in maniera suggestiva sintassi e accenti del Gennargentu (“Molte paludi hai attraversato. | (…) Addio vi dico, | donne dai grandi seni su cui la testa ho riposato”).
Ma aleggiano anche le classiche fragranze di deja lu, che all’accorrenza si possono giustificare come «omaggi» (“Solo questo | di me | ti posso dire: | quel che non sono | quello che non voglio”; “Come pietra sto. | Come albero | sto. | D’autunno | sulle rive del fiume”). E ci sono gli allegri svarioni, che all’occorrenza si possono spacciare per licenze poetiche (“… ti guardo, | immoto, | come questo albero compagno mio d’età. | Come me | troppe radici avvince a terra”).
E poi c’è l’adorabile squisitezza delle immagini abusate, dei paragoni infeltriti (“un’ombra | è passata nei tuoi occhi | come volo d’uccelli | nella sera”; “Dorme | Il tuo corpo nudo, | bello come un raggio di luna”); ci sono le sapide disavventure lessicali, che divertono grandi e piccini sprigionando briosi equivoci (come la proditoria calvizie di “Un tuo piccolo gesto | i capelli rimuove.”). Ci sono perfino le difficilissime poesiole bonsai, che riescono a comprimere in due soli versi tutto il gaio tritume di cui sopra (“Se tu sei triste | tace il canto degli uccelli.”).
Ma c’è, soprattutto, negli sparsi versi e un po’ perversi di Gaetano Pecorella, l’essenza stessa della poesiola poetastra: l’andamento da cantilena a rotelle, la tenera e insopprimibile voglia di librarsi agile di rima in rima, perennemente frustrata da un’imperterrita sordità che la fa stramazzare di cacofonia in cacofonia (“Una sottile nostalgia mi prende | (…) | del sorriso | che inatteso illumina il tuo viso. | Trepida attesa ci sorprende…”).
Però una cosa va detta, a onor di Pecorella: rispetto al compagno di scuola poetica Bondi, per il suo libro di poesiole ha scelto una carta infinitamente più bella.

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Roso d’amore,
Pecorella smarrito.
Gaet’amo invano.

Articolo di Sergio Claudio Perroni del 16 ottobre 2008 per Poetastri.com

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