Trentasei volte la parola amore. Cuore solo trentacinque. Ma, trovata assai originale, talvolta eccoli abbinati in rima. Poi ci sono mare, oltremare, un nutrito nugolo di simili, e frotte di punti esclamativi.
La cernita in questione vi sembra inflitta a un testo sanremese? No: è stata minuziosamente effettuata tra i versi di Trovatori, raccolta poetica con velleità di impegno civile prodotta da Gianni D’Elia e pubblicata da Einaudi.
Se il problema fosse solo l’iper-presenza di termini scontati – che per di più mal si adattano agli asseriti slanci di denuncia – si potrebbe anche soprassedere. Ma c’è ben altro. A cominciare da una domanda: per dirsi poeti – e pur con la scusa del “«parlar franco» degli antichi trovatori provenzali” – basta davvero spargere paroloni, rinunciare a ogni traccia di consequenzialità e costruzione logica, amalgamare il tutto con rime banali e toni enfatici? La risposta, a occhio e croce, è no.
D’Elia, gonfio di retorica, inneggia alla semplicità ma intralcia l’inno con vocaboli ampollosi quali “volitar”, “dialettanza”, “autía”, “traguardato”, “batiscon”, “adrio”, “giallanza”, “risvetta”, “gentesía”, e via dicendo. Come se pensasse una cosa e poi, per metterla su pagina, andasse a scovare nel Tommaseo il suo equivalente più arcaico, astruso e aulico (o presunto tale).
Ma il vero guaio non sono solo le singole parole. Il vero guaio sono i versi interi, davvero raggelanti, roba da far rabbrividire perfino il più mieloso e scontato dei parolieri – appunto – sanremesi. Cose tipo: “Volano come i giorni, le rondini”; “Ah, sì, che dolce guerra ch’è la vita”; “E, per passare il tempo, discutiamo, | nei lunghissimi falò delle notti, | della cosa più italiana che ci sia!… | Natura, istoria… poesia e non poesia!…”. Nel caso di D’Elia, è evidente, a prevalere nei lunghi (?) falò è la non poesia.
Per non incaponirci solo su fronzoli e trombonate, ecco un bell’esempio di costruzione indecifrabile: “Se il reale è lingua orale, e il cinema | lo scrive, che cos’è il teatro, padre?… | Eh, lingua orale della lingua orale | è il teatro, e come la lingua scritta | del cinema, ci rinvia alla trascritta | vita, che di sé stessa è lingua orale”. Orale o scritta, è lingua intorcinata asssai. Per non parlare del senso.
Ma non perdiamoci d’animo: ci sono altre meraviglie da scoprire in quest’ennesimo affronto al prestigio della collana di poesia Einaudi. Per ravvivare qua e là il suo lessico polveroso, D’Elia, in barba ai trovatori, ci regala un paio di giovanilistici “prof”, un moderno “bottone già push-off”, e un “facce didietri” che non si capisce se sia la versione soft di “faccia da culo” o l’imperativo romanesco di un ignoto verbo “didiétrere”.
E i contenuti (stavolta siamo noi a usare paroloni) non riservano meno sorprese. L’autore, già celebrato per la sua poesia di “irritazione civile”, affida il proprio sdegno morale a concetti triti e ritriti, limitandosi ad aggiungere una complicatina alla forma. Così, mentre l’omologazione delle partenze vacanziere diventa “Vengono al mare come alla fabbrica!… | Alle otto, già due sponde ha la Statale, | argini di lamiera, ferme braccia…”, ecco che il consumismo è “Un’epoca più oppressa mai fu data, | un dovere adeguarsi a delle cose, | che cose non sono, ma merce obbligata!…”. E che dire di: “Più sparate e sparate, | più le fosse scavate!…”? Di fronte a un monito così incisivo e irresistibile, c’è da stupirsi che non siano cessate di botto tutte le guerre del pianeta. A tal proposito: figuriamoci se potevano mancare gli accenni alle Torri Gemelle, alle stragi senza colpevoli, all’Iraq, alla tecnocrazia e via arringando.
Ora: è pur vero che questi sono problemi che affliggono il mondo, e dolori che lo hanno afflitto. Ma se uno scrittore ha l’impudenza di lasciare che, nel risvolto del suo volumetto, venga sbandierato “l’io dell’autore” come “valore comunitario e politico”, forse qualche guizzo in più dovrebbe anche spremerselo. Se non nella forma – ché per quella ci vuole troppa fatica – almeno nei contenuti. E magari gli converrebbe anche lasciare in pace quel paio di poetucoli che, poveracci, da quando è uscito Trovatori staranno rivoltandosi nella tomba. Perché non è certo facendo il verso ai grandi (“nel dolce naufragare dentro al mare”, “…di fiammeggianti spume, in onde brune, | in un urlío che bolle, al biancheggiare!…”) che D’Elia potrà mai far grandi i propri versi.
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Perso per perso,
lo smarrito D’Elia
fa il trovatore.

