PER IL VERSO GIUSTO
inediti e inauditi degni di nota
In questa specie a finire
In questa specie a finire
davvero per autorità di guerra
ce ne andremo per sempre
e per ultimo buon senso
parleremo della notte
del baleno nero
[...]
Michele Caccamo
Per i versi del garante la promozione è garantita
Interrogazione parlamentare del senatore Elio Lanutti al Ministro degli affari esteri.
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06120 Atto n. 4-06120 Pubblicato il 19 ottobre 2011 Seduta n. 627
Premesso che:
gli istituti italiani di cultura all’estero sono organi periferici del Ministero degli affari esteri. Attualmente sono 93 e sono disciplinati dalla legge n. 401 del 1990 e dal decreto ministeriale n. 392 del 1995;
gli istituti (dall’articolo 8 della legge n. 401 del 1990): 1) stabiliscono contatti con istituzioni, enti e personalità del mondo culturale e scientifico del paese ospitante e favoriscono le proposte e i progetti per la conoscenza della cultura e della realtà italiane o comunque finalizzati alla collaborazione culturale e scientifica; 2) forniscono la documentazione e l’informazione sulla vita culturale italiana e sulle relative istituzioni; 3) promuovono iniziative, manifestazioni culturali e mostre; 4) sostengono iniziative per lo sviluppo culturale delle comunità italiane all’estero, per favorire sia la loro integrazione nel Paese ospitante che il rapporto culturale con la patria d’origine; 5) assicurano collaborazione a studiosi e studenti italiani nella loro attività di ricerca e di studio all’estero; 6) promuovono e favoriscono iniziative per la diffusione della lingua italiana all’estero, avvalendosi anche della collaborazione dei lettori d’italiano presso le università del Paese ospitante e delle università italiane che svolgono specifiche attività didattiche e scientifiche connesse con le finalità degli istituti stessi;
a quanto risulta all’interrogante, numerosi istituti italiani di cultura hanno negli anni organizzato eventi in onore di Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, magistrato e poeta: 1) 22 ottobre 2007 – istituto italiano di cutlura Madrid – dottor Corrado Calabrò “Il Mare nella poesia italiana”, recital di poesie di Corrado Calabrò interpretate da Ivonne Aversa con accompagnamento musicale; 2) 7 novembre 2007, Corrado Calabrò, l’istituto italiano di cultura di Atene ha dedicato una serata ai suoi versi, interpretati da due grandi poeti greci: Titos Patrikios e Antonis Fostieris; 3) 14 dicembre 2007, istituto di cultura Bruxelles: incontro con Corrado Calabrò. L’attore Paolo Gaio ha recitato alcune poesie di Calabrò. L’Associazione dei calabresi in Europa e la fondazione Corrado Alvaro, in collaborazione con l’istituto italiano di cultura, hanno presentato un incontro con il Presidente della “Fondazione Corrado Alvaro”, professor Aldo Maria Morace, e il poeta Corrado Calabrò alla presenza della giornalista e scrittrice Assunta Scorpiniti. L’intervento è stato inaugurato dall’ambasciatore d’Italia Sandro Maria Saggia; 4) 13 aprile 2010, serata omaggio all’istituto italiano di cultura di Buenos Aires che ha ospitato la presentazione dell’edizione bilingue della “Antología Poetica”, la raccolta di 72 poesie di Corrado Calabrò. Oltre ad essere una figura pubblica di grande rilevanza per la sua funzione istituzionale, Corrado Calabrò è un poeta esemplare e raffinato con già vari libri pubblicati. Pochi o nessuno come lui hanno orchestrato con tanta delicatezza, tanta intensità e tanta varietà l’intera gamma delle emozioni dell’amore. A presentare l’opera è stato lo stesso autore, accompagnato dagli interventi musicali della pianista Fernanda Morello. Prevista anche la partecipazione speciale dell’attore Luis Brandoni;
il successivo evento era previsto per il 18 ottobre 2011 presso l’istituto italiano di cultura di Vilnius,
si chiede di sapere se il Governo sia in grado di fornire un elenco di poeti italiani che hanno ricevuto dagli istituti di cultura, per i quali non sembra che siano stati previsti tagli dal disegno di legge di stabilità per il 2012, un sostegno analogo a quello riservato a Calabrò, peraltro soltanto a partire da quando è diventato presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.
Articolo di Elio Lanutti del 20 ottobre 2011 per Parlamento Italiano
La stecca incolore di Gianni Clerici
Misteri dell’editoria italiana. Perché un editore come Fandango pubblica una raccolta di versi come Il suono del colore? Perché una roccaforte del giovanottismo illuminato e globale si presta ospitare il senile pavoneggiarsi italiota di un Gianni Clerici? Eppure Domenico Procacci – ossia Fandango – all’inizio della sua carriera di editore pubblicava le splendide poesie-romanzo di Dorothy Porter. La maschera di scimmia fu addirittura il primo titolo della casa editrice, seguito da altre operedella poetessa australiana. La poesia – poesia vera, non prosa fatta a pezzi – era dunque un valore fondante di quell’impresa, nata da una costola dell’omonima casa di produzione. E allora, cos’è successo nel frattempo? Come mai un intellettuale così ispirato (fu il primo a pubblicare in Italia Foster Wallace, con La scopa del sistema, e l’unico a dedicare un’edizione dignitosa a La modification di Butor: entrambi capolavori di poesia dissimulata in prosa) si è ridotto a pubblicare questo “diario intimo e segreto” – come lo definisce con tenera insensatezza il risvolto – che con la poesia non ha nulla a che fare? (E sarà per questo che alcune copie, come per un’inconscia rivolta del marchio all’ospite inadatto, hanno la copertina montata al contrario?)
È pur vero che qui Clerici, celebre per le verbose telecronache di tennis (“trapuntate [sic] di sospiri e aneddoti”, sempre stando al geniale redattore), è finalmente costretto alla laconicità dalla struttura del verso. Ma è l’unico limite cui si sottometta in omaggio al poetare. Per il resto, a parte qualche felice eccezione nei componimenti in forma chiusa, svaria a briglia sciolta tra povertà di senso e sciagura di suono (“Tu cammini con me traverso il mondo / solo adesso comincio a amar la vita”); tra haiku sciancati (“Ricchissimo padrone / di uno sguardo / sul fiorire / dei peschi / a primavera.”) e bamboleggiar di farfalline e formichine; tra bave in foglia di fico (“dove tu sei più bella / è nella vulva / un misto di animale e di marino / un sapore ferino…”) e spassose esibizioni cosmopolite da Arbasino piccino picciò. Così piccino, e così picciò, da cimentarsi con compiaciuta insistenza in lingue che rivelano d’essergli più estranee che straniere (vedi quando, in un componimento arditamente in francese, tratta al femminile il maschilissimo thème), col buffo risultato di sfigurare proprio lì dov’è più evidente l’ansia di figurare.
Va tuttavia dato atto a Clerici che l’involontario effetto comico è in parte colpa del curatore Marco Desiati. Il quale, tra i tanti paroloni che sventaglia con euforica approssimazione da neofita, gli dà ripetutamente dell’umanista. Perfino dell’“umanista contemporaneo”. È dunque ovvio che quando poi ci si imbatte in roba come “Vanno in cancrena i graffi / ma di vient de paraître, / noi siamo tutti avidi”, l’idea che l’abbia scritta un umanista trasforma il sogghigno in risata.
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È breve il gesto
dalla racchetta al verso.
Ma alta è la rete.
Le rigovernature in versi di Luciano Violante, aspirante al Colle
Se questo
che
vedete
qui
in queste
righe
è
fare poesia
allora
io
sono
Rimbaud
e
voi
Verlaine.
Perché ormai uno si sveglia, evacua sul foglio una gragnuola di pensieri col singhiozzo, e sostiene di aver scritto versi.
Devo parlarvi / della lotta che insieme / con Dio / è necessario / combattere / contro il male.
Se poi quest’uno è stato Presidente della Camera, ha precedenti di magistrato ed è per giunta membro dell’opposizione light – quella di stretto rito Mondadori –, troverà sempre un editore samaritano disposto a pubblicarlo.
Lo attendeva / una moltitudine / di persone / esultanti / che agitava / rami di ulivo / foglie di palma / e scialli colorati.
Direte: ma dov’è la poesia? Questa è prosa con gli a-capo epilettici! Non importa: dacché Bondi è Bondi (e Pecorella Pecorella), gli onorevoli sono legittimati a versicolare senza rossori.
Forse / gli uomini / temono le donne / perché noi / diamo / la vita / mentre / loro / la tolgono.
Direte: ma dov’è la poetica? Queste sono rigovernature moraleggianti da tema delle medie! Non importa: dacché Llera è Llera (e Vendola Vendola), il VIP ha ius di rapsodiare a piacimento.
Glieli restituii / con un sorriso / guardandolo / negli occhi / che mi sfuggivano // ma come è accaduto / gli sfuggì un sospiro / che sei già ritornato.
Sì, qua e là c’è qualche leggero marasma di suono, qualche vago capogiro di sintassi. Ma il nostro vate è troppo preso a escogitare istanze di equidistanza, facendo rimare Buchenwald con Gulag e Al Quaeda con Camp Cropper – così può aspirare al titolo di poeta civile senza sporcarsi troppo con un’ideologia. E può soprattutto, grazie al molto far rimare Gesù con Gesù, accattivarsi qualche cospicua benevolenza oltreteverina, in vista di future tenzoni presidenziali.
Perché la vista dal Parnaso è bella, certo. Ma quella dal Quirinale è ancora meglio.
Vi abbiamo
recensito
l’ultimo libro
di Luciano
Violante
dal sobrio
titolo
“Viaggio verso la fine del tempo”
pubblicato
da Piemme
(Gruppo
Mondadori,
ma pensa
un
po’).
Tra lacrime e uccelli, il bambinismo di Claudio Damiani
Claudio Damiani è poeta celebrato. Pubblicazioni, interviste, recensioni, interventi critici sulla sua opera. Perfino un reading al cinema Sacher, ultimamente, con grande accorrere di attori, scrittori e famosi: unanimi nel celebrarne la semplicità e la trasparenza tematica. Vediamo dunque la sua ultima pubblicazione, l’antologia Poesie, pubblicata da Fazi.
Bisogna ammettere che si tratta di una lettura, invero, abbagliante. Perché è un abbaglio scambiare gli pseudopascolismi per acutissima sensibilità: “Qual è il nome di quell’uccellino / che s’è posato ora sul marciapiede / e becca qualcosa dal terreno?”, “Lì gli uccellini stanno facendo i loro nidi, / c’è un gran daffare intorno!” – dimenticando che Pascoli, se non altro, sapeva distinguere e variare tra cinciallegre, fringuelli, balestrucci e calandre. Qui, invece, se non sono “uccellini” sono “uccelli”, sempre e indistintamente: “So ascoltare gli uccelli sui rami”, “Qui c’è solo la vita silente delle mucche / e gli uccelli chiari festosi”, “Gli uccelli cantano, vorrei accarezzarli” etc. Siccome tutto è mondo per i mondi, ignoreremo che il Nostro veda volatili ovunque. “Tu sei venuta come un uccellino / sulle mie mani”, si precisa, appunto, altrove. Non è l’unica: anche “Cesare viene la sera, e si siede sulla strada”, e Cesare, curiosamente, è un cane.
D’accordo: la semplicità, “la misura di sapere dire le cose che contano” (Ramat). Ma chissà se vale anche nel caso di: “Se ci fosse più silenzio, più feste / più lavorare insieme, tranquilli, / contenti di lavorare insieme, cantando”. Versi, cioè, dove il confine tra il nobilmente semplice e il ridicolo appare largamente varcato (gente che lavora insieme cantando? Magari nei campi di cotone o nelle risaie vercellesi? E davvero il Poeta si farebbe operare volentieri da un chirurgo che lavorasse cantando con la sua équipe?).
Dice: qui c’è “poesia che non divaga e non si distrae in inutili acrobazie stilistiche” (Lippo). Ma la semplicità non è del tutto incompatibile col congiuntivo (“Tu mi chiami / e io ti racconto una storia / poi ho paura che vai via / e ti stringo forte”). E tra l’inutile acrobazia stilistica e certi imbarazzanti incipit (“Fai un lavoro duro, cassiera di un discount”) passa una distanza forse insospettabile, per Damiani.
Si piange parecchio in questo libro. Piangono le montagne, gli alberi (“Quando mi rividero, gli alberi piansero. / Non dovete piangere, dissi loro”), le madri; piange la moglie del Poeta e ci si interroga sul perché lo faccia (“Piangi sopra di me, / nei tuoi occhi non sai tenere le lacrime, / escono le lacrime dalle tue ciglia / e un singhiozzo ti scuote il petto. / Perché piangi? Non piangere, / io non sono morto”). E chissà poi se le lacrime escono “dalle ciglia” grazie a qualche virtuosismo retorico oppure proprio fisico.
Insiste: è semplicità! È poesia “di un’ingenuità consapevole, opposta a ogni scetticismo preventivo” (Pegoraro). Altro che preventivo: “Forse le montagne, vedendo noi che scendevamo, / mia moglie e io, con sulle spalle il piccolino Antonio / (Gio e Domi erano dai nonni), / avranno parlottato tra loro / e si saranno intenerite per la nostra famigliola / nel vederci tutti e tre così piccoli / e fragili”. Al di là del fatto che si era in effetti tutti molto preoccupati per Gio e Domi, resta il dubbio che la poetica del fanciullino venga qui intesa come perseguimento del bambinismo: “Mi hai fatto tanta paura, / ma adesso non ho paura. / Questa strada è piena di fiori, / vorrei fermarmi a raccoglierne ognuno”.
Va bene il riferimento ai classici: ma leggere di foglie che in autunno cadono dagli alberi – e qui è un vero foglicidio – visite alle tombe dei parenti morti, bambini che corrono urlando, non odora di classico: puzza di già straletto. Il curatore e prefatore Marco Lodoli, tramortito da tanta sensibilità, arriva ad affermare: “Confesso di aver talora baciato queste pagine come amiche sincere”. Dovrebbe essere un suggello pubblicitario, oltre che critico. Vorremmo poter chiedere alle amiche di Lodoli come diavolo si sentano a essere baciate come pagine, e se davvero si accontentino così, ma forse è meglio lasciar perdere. Quel che conta è constatare come la prefazione subisca la stessa sorte del testo: per chi ci crede, rappresenterà qualcosa di mirabile e profondo. A tutti gli altri, scapperà da ridere.
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Reading poetastro.
Ci fosse stato Apicella
sai che ceffoni!
Le Costellazioni spente di Aldo Nove
Accesi nella nostra curiosità dai versi che si stagliano sull'elegante copertina bianca della collana di poesia Einaudi ("Perché ci fa paura quando dicono / le pietre cosa siamo ancora prima / di noi"), ci siamo addentrati nell'ultima silloge poetica di Aldo Nove,A schemi di costellazioni. La speranza, naturalmente, era che quella miccia innescasse un fuoco poetico compiuto, dirompente, vero. Nel caso di Nove, si sarebbe trattato di una bruciante novità.
Il libro è ricco di suggestioni artistiche, molte sono le dediche: da Arnaldo Pomodoro a Mimmo Paladino, per citare i nomi più noti. Una nota dell'Autore precisa che il nucleo del testo nasce dal confronto con l'arte di alcuni amici "e in omaggio a maestri defunti". I maestri vengono scritti in minuscolo, anche se talvolta sono maiuscoli davvero (Lucio Fontana, Yves Klein); ma non bastano certo, da soli, a generare il misterioso cortocircuito della Poesia. Né si rivela più utile Marx, nemmeno se brani del Capitale vengono utilizzati per essere interpolati all'interno di qualche sonetto ("il mezzo di circolazione in quanto/essere emesso nella quantità/ artificiosamentedall'incanto/del Capitalenon è l'aldilà").
Grandi ambizioni, dunque. Tuttavia una scintilla, magari pure artificiale, non sempre costituisce un principio di fuoco, come del resto abbiamo presto constatato imbattendoci in versi ossessionati dall'idea di andare a capo in modo da stupire qualche lettore di bocca (molto) buona: "Ma più lontano / l'eco delle parole, / e che non bastano, da / sole / nel sole (...)". Del resto, lo spiega la quarta di copertina: "i fuochi centrali del libro sono la dimensione cosmica dell'esistenza e le ferite dell'individuo che vorrebbe parteciparvi, la fenomenologia del dolore umano, il ruolo dell'arte e della poesia".
Ma il fatto è che il fuoco non pesa granché, e questo non è affare da poco, nel nostro caso: perché nel libro non esiste nulla, davvero nulla, che possa fungere da contrappeso a certi passaggi ingiustificati e ingiustificabili. Prendiamo, ad esempio, il melologo intitolato Parla Persefone, diviso in sei sezioni. In particolare, leggiamo per intero la quarta, scusandoci per il tempo che faremo perdere al lettore che intendesse seguirci fino alla fine: "Ascolta". Ascolta, e basta. Neanche si fa sera. Un solo verso (verso?) isolato in una pagina, così gratuito che persino il povero compilatore della quarta di copertina si è sentito in dovere di precisare che "Il libro alterna forme chiuse e aperte, nel segno di un respiro controllato o tanto ansimante da spegnersi in frammenti di frase, in singole parole alonate di faticoso silenzio". Un'excusatio non petita clamorosa, ma del tutto comprensibile: per cose del genere, a cinema e a teatro c'è chi, giustamente, reclama il rimborso del biglietto. E lo fa ad alta voce, altro chefaticoso silenzio. A parte questo, va sottolineata la capacità di Nove di far sembrarelogorroicoUngaretti, piazzando inoltre ottimi punti nella battaglia per reintrodurre a scuola lo studio mnemonico, integrale, dei testi poetici. Pochi studenti, ne siamo certi, si opporrebbero a consimili sforzi intellettuali. Le fiamme, dunque, si placano un po', anche perché la materia poetica di cui è fatto il libro pare completamente ignifuga.
Ormai forti dell'indispensabile supporto critico della quarta di copertina, apprendiamo inoltre che le parole di Nove "sono sistole e diastole di un unico pulsare, in cui pacata razionalità e delirio sembrano appartenere a una stessa natura poetica". E qui immaginiamo che l'eroico compilatore si sia certamente sentito in dovere di giustificare in qualche modo undici quartine memorabili nella loro sciatteria letteraria ("il dolore dell'inizio / il dolore dell'ospizio / il dolore dell'indizio / il dolore dell'orifizio"). E' verosimile che, di fronte a un prodotto così scadente ("il dolore dell'amore / il dolore del rumore / il dolore del dolore / il dolore del cuore") qualunque lettore appena sensibile abbia, per la prima volta, fatto ciò che non avrebbe mai immaginato di fare: pregare di gran cuore perché si compia al più presto, e per intero, la rivoluzione digitale ("il dolore della mattina / il dolore che sconfina / il dolore della bambina / il dolore della Cina"). Perché è davvero un peccato mortale produrre carta per poi riempirla in modo così inutile ("il dolore della sera / il dolore della bandiera / il dolore della nera / il dolore della pera"). Il dolore è anche quello di sentir chiamare "poesia" l'opera riempifoglio di chi, adolescente, cerca magari di far passare l'ora di filosofia mentre la professoressa interroga ("il dolore delle bottiglie / il dolore delle biglie / il dolore delle stoviglie / il dolore delle triglie"), oppure, senescente, attende paziente il proprio turno dal medico e ha finito di risolvere tutta, ma proprio tutta, la Settimana Enigmistica ("il dolore degli incisivi / il dolore degli ulivi / il dolore degli arrivi / il dolore dei sostantivi"). Il fuoco, se mai si è acceso, pare in fine morto del tutto.
Nessun grande incendio, dunque. Giusto un po' di cenere, questo sì. A ben vedere, non si tratta di una conclusione sorprendente per Aldo Nove, alias Antonio Centanin, figlio di Viggiù. Terra di goffi pompieri, non proprio di veri, consapevoli, incendiari.
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Cuore e dolore,
dolore e amore -
Nove, solo rumore.
La sorpresa in versi di Veltrone l'Africano
Sarà perché qui parla di cose che sente davvero, come il calcio; e non di quel che sente di dover sentire, come nei romanzi e nei comizi. Sarà perché manca da tempo dalla ribalta politica, quindi si lascia leggere senza che in filigrana incomba la sua figura di ossimoro vivente – comunista ma yankee, buoneggiante ma astioso, primo della classe ma plurirespinto. Fatto sta, caro lettore, che se compri Quando cade l’acrobata entrano i clown (Einaudi), ennesima prova letteraria di Walter Veltroni, resterai deluso soltanto se speri di trovarvi occasione di ludibrio, come per le sue opere di narrativa. Perché qui l’indimenticato doppiatore di Rino Tacchino non solo si cimenta con la poesia, ma lo fa sorprendentemente bene.
Veltroni traduce in poema civile il disastro colposo dell’Heysel, che uccise 39 tifosi e ne ferì 600 durante una finale di Coppa a Bruxelles. Comincia descrivendo i supporter juventini – e se stesso tra loro – che affluiscono pacifici e festosi, come “una specie di legione straniera di brave persone”, sugli spalti dello stadio fatale. Poi illustra con versi di inattesa asciuttezza i prodromi del disastro: dall’involontaria e funesta contiguità fisica coi tifosi avversari, belluini e maneschi, all’impossibilità di arginarne l’urto sanguinario (“Noi non siamo uno scoglio, siamo un lungomare… / siamo bagnanti in un terremoto”). Infine approda, senza quasi perdere compostezza nel verso e negli accenti, alla descrizione della tragedia avvenuta, indugiando su figure struggenti – come la figlia di un ferito che lo guarda muta, quasi volesse implorarlo di cancellare l’accaduto e farla tornare a “quando tutto era normale, / prima che lei diventasse capofamiglia di un padre svenuto”.
Certo, qua e là (oltre a qualche desolante svarione, come i capelli “riavviati”) disturba l’impostazione amatoriale del poetare: le fuorvianti maiuscole in capo al verso, certi sgambetti di strofa che rompono il senso. Ma sono inciampi da poco, specie se confrontati con la produzione degli altri VIP prestati alla poesia, incapaci di padroneggiarne la forma e inchiodati alla lagna di amori anagraficamente asimmetrici, quindi sfigati. E forse a salvare Veltroni è proprio questo: abbastanza anziano da sentire il richiamo della poesia, ma troppo giovane per dedicarla a ninfette riottose, anziché cantare amori senili canta il vero amore della sua vita: quello pre-maturo per il calcio. E se ogni tanto fa capolino Veltrone l’Africano col suo facile moraleggiare ex post, è anche qui roba da poco: schegge di farisaismo che a malapena si notano nel flusso sincero, quindi efficace, di un racconto così sentito da generare belle immagini e perfino suoni di autentica poesia.
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In Africa no
né a Palazzo Chigi.
In Arcadia Uòlter.
L'ultima burla di Edoardo Sanguineti
Sanguineti era uno di quegli intellettuali che negli anni Sessanta teorizzavano la scrittura pur di non imparare a praticarla. Insieme ad Angelo Guglielmi fu uno degli esponenti di punta del neoavanguardistico Gruppo 63, con la differenza che Guglielmi ci avrebbe dato la Raitre dei tempi d’oro, mentre Sanguineti si sarebbe dedicato a insegnare quell’italiano che per lui aveva senso così: “Eppure, io sono un supermaschietto: / se occorre, anche con gli alluci io ti fotto: / in una fica, il mio fico è un raschietto // ho un fico molto fico, ecco, e fa effetto: / ma a fottifotti, lo ammetto, si è rotto: / è con due pugni ormai che do diletto” (da Mikrokosmos, ed. Feltrinelli).
Sanguineti sosteneva l’organicità dell’intellettuale, quindi l’inevitabilità che l’atto artistico si traduca in atto sociale. Ecco alcuni suoi versi che, all’insaputa di Gramsci, rappresentano cosa egli intendesse per atto artistico-quindi-sociale: “TOrri, TOrtelli, TOtani, TOssine / NIcchiano NIdi, NInnano NInfetti, / NOn NOminando NOtti NOvembrine // CONtrastano CON CONcavi CONfetti / TEste TEatrose, TEnere TErrine:” (da Il gatto lupesco, ed. Feltrinelli).
In un soprassalto di poesia, l’anno scorso il garante per le telecomunicazioni Corrado Calabrò ha immortalato i versi di Sanguineti con questo distico: “Privo di senso e saputo, / come le nonpoesie di Sanguineti” (da La stella promessa, ed. Mondadori). Forse si riferiva all’omaggio che Sanguineti dedicò a Pascoli: “Io ti farò cucù e curuccuccù, ragazzina lavandarina, se mi bacia il tuo bacio | a chi vuoi tu: ti farò reverenza e penitenza, questa in giù quella in su, | suppergiù: e tra i tonfi dei miei gonfi fazzoletti poveretti, ti farò, con le mie pene | cantilene e cantilene…” (op. cit.).
Sanguineti lavorava anche per il teatro. Proprio in questi giorni, all’insaputa di Euripide, va in scena al Teatro Greco di Siracusa la traduzione sanguinetiana dell’Ippolito/Fedra. Ogni sera, l’attrice Elisabetta Pozzi e il regista Massimo Castri, bravissimi, cercano di rendere recitabili o almeno comprensibili passi come: “Ma noi – i giovani, infatti, non sono da imitare, / che pensano così – come conviene, a schiavi, dire”. Secondo Sanguineti, questo shangai di parole equivarrebbe a “grecizzare l’italiano”. Grecizzando grecizzando, i personaggi di Euripide finiscono anche per dire cose strane – per esempio quando trasformano in dovere (“gli dèi, infatti, padroni bisogna chiamarli”) quella che per Euripide, all’insaputa di Sanguineti, era una scelta. Il che, in una tragedia greca, fa un certo effetto.
Adesso Sanguineti non c’è più. Che dire?
Slam poetry, poesia per voci
Parliamo di slam poetry. Trattandosi di un fenomeno molto diffuso oltreoceano ma ancora poco noto in Italia, premettiamo una breve spiegazione per i lettori che non lo conoscano.
(“Non hai mai imparato | nulla | dai morsi di ieri | sempre sei | la polvere | sui giorni | di qualcun altro”)
Senza azzardare troppo, slam poetry si può ben tradurre con “poesia d’urto” – concetto che vien buono anche per i poetry slam, quegli “scontri” di poesia che ne costituiscono al tempo stesso l’habitat e l’anima. Gli slam sono rigorosissimi tornei di declamazione poetica, in cui decine di concorrenti si sfidano di fronte a un pubblico di spettatori-giurati, leggendo o recitando i propri versi in turni da tre minuti; girone dopo girone, il pubblico li promuove o elimina votando (e vociando) fino a ridurre la sfida allo scontro diretto tra due poeti, dal quale emerge infine il vincitore dell’urto, della giostra poetica.
Già lessico e prassi danno l’idea di quanto nei poetry slam il poetico si avvalga del ludico. Un ludico in cui qualcuno potrebbe, con qualche accettabile forzatura, rinvenire le cause prime della poesia come interpretazione della realtà da condividere con un uditorio: mimesis a pieno titolo – e, dunque, autentico spettacolo.
Proprio la componente spettacolare degli slam (col doppio coinvolgimento dovuto al raddoppiarsi dei ruoli: poeta/esecutore, pubblico/giudice) rende alla poesia un servizio impagabile, mostrandola finalmente viva e vicina, arte corrente in quanto comprensibile e giudicabile. E non solo: la struttura spettacolare funge anche da efficacissimo filtro di velleità, facendo sì che quella declamata negli slam sia quasi sempre poesia vera. Il che, in un universo gremito di poetastri, ha del miracoloso.
("Ti osservo | in quest'ora di cielo | mentre esisti | senza di me | sto andando a perdere | ma vivo ancora")
Se infatti l’impudenza del poetastro non ha confini quando si tratta di ammannire in versione stampata i propri versicoli, la prospettiva di un confronto diretto, dal vivo, e con giudizio istantaneo, è un deterrente inesorabile. Vero è che il poetastro è ghiotto di premi da sciorinare in quarta di copertina, quindi di concorsi cui partecipare e di selezionatori da blandire; ma una cosa è mettersi in gara affidando il proprio libercolo alla compita lettura di giurie eventualmente addomesticabili, e tutt’altra è tenzonare declamando i propri versi al cospetto di un pubblico appassionato fino a essere scalmanato.
Certo, può capitare che qualche trombone imperterrito si avventuri comunque alla ribalta, pensando che i poetry slam siano una versione esotica dei recital di vanità – com’è successo quest’estate durante la prima edizione del “Grande Slam” di Naxos. Ma il pubblico di queste giostre poetiche ha la meravigliosa intransigenza di chi si senta competente per istinto, e così il trombone – trombona, nella fattispecie – non ha superato la prima selezione, e in finale sono andati due poeti veri: Cettina Caliò e Paolo Lisi. Dopo una lunga serie di tornate supplementari (negli slam, altra finezza di agonismo poetico, non esiste un equivalente del tie break: in caso di parità, i finalisti continuano a scontrarsi finché uno dei due non la spunta), ha vinto la Caliò, autrice dei versi che abbiamo citato in parentesi e che ritroviamo nella sua raccolta L’affanno dei verbi servili (titolo la cui bellezza patisce un’incolpevole somiglianza con quello del best-seller La solitudine dei numeri primi, pubblicato tre anni dopo).
Ecco, se c’è un problema con la slam poetry – a parte qualche fastidiosa esuberanza quando lo slam rischia di trascendere in rap – è proprio nel ritrovare stampati i versi ascoltati dal vivo. Il loro concantenarsi, perfettamente ritmato in scena, sulla pagina risulta spesso allentato da una scansione approssimativa, come se questi poeti, troppo assorbiti dall’esecuzione pre-orale dei propri versi, li riversassero sul foglio senza curarsi di quella strutturazione testuale – a capo pertinenti, maiuscole, e quant’altro stabilisca gerarchie almeno ritmiche – che occorre al lettore per poter ritrovare il loro stesso spartito intonazionale. Succede anche con alcune poesie della Caliò, che, private del chiaroscuro sintattico, in forma scritta perdono il formidabile dinamismo comunicativo di cui godono dal vivo grazie alla scansione naturale impressa dalla voce. Ma è un limite che nelle più brevi è appena percettibile, con effetti in cui la profondità sonora sembra quasi smaltare quella emotiva: “Fuori dalla porta | dei tuoi pensieri | abbracciata | me ne sto | alle mie ginocchia | un che di fiato | si frantuma | nel riflesso dell’onda | che si frange | senza fine | sullo scoglio | che io | sono”. Grande slam davvero.


