Poeti e poetastri

consigli e stroncature per chi ama la poesia

pus-megafono

PER IL VERSO GIUSTO

inediti e inauditi degni di nota

Venus carnivora
I gerani sono sbocciati e sfioriti
ma la pianta carnivora
rimane
nel vaso
– in cerchio le sue mascelle dilatate

gli insetti
[...]
 

  Piera Mattei

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Per i versi del garante la promozione è garantita

Interrogazione parlamentare del senatore Elio Lanutti al Ministro degli affari esteri.
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06120  Atto n. 4-06120 Pubblicato il 19 ottobre 2011 Seduta n. 627
Premesso che:
gli istituti italiani di cultura all’estero sono organi periferici del Ministero degli affari esteri. Attualmente sono 93 e sono disciplinati dalla legge n. 401 del 1990 e dal decreto ministeriale n. 392 del 1995;
gli istituti (dall’articolo 8 della legge n. 401 del 1990): 1) stabiliscono contatti con istituzioni, enti e personalità del mondo culturale e scientifico del paese ospitante e favoriscono le proposte e i progetti per la conoscenza della cultura e della realtà italiane o comunque finalizzati alla collaborazione culturale e scientifica; 2) forniscono la documentazione e l’informazione sulla vita culturale italiana e sulle relative istituzioni; 3) promuovono iniziative, manifestazioni culturali e mostre; 4) sostengono iniziative per lo sviluppo culturale delle comunità italiane all’estero, per favorire sia la loro integrazione nel Paese ospitante che il rapporto culturale con la patria d’origine; 5) assicurano collaborazione a studiosi e studenti italiani nella loro attività di ricerca e di studio all’estero; 6) promuovono e favoriscono iniziative per la diffusione della lingua italiana all’estero, avvalendosi anche della collaborazione dei lettori d’italiano presso le università del Paese ospitante e delle università italiane che svolgono specifiche attività didattiche e scientifiche connesse con le finalità degli istituti stessi;
a quanto risulta all’interrogante, numerosi istituti italiani di cultura hanno negli anni organizzato eventi in onore di Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, magistrato e poeta: 1) 22 ottobre 2007 – istituto italiano di cutlura Madrid – dottor Corrado Calabrò “Il Mare nella poesia italiana”, recital di poesie di Corrado Calabrò interpretate da Ivonne Aversa con accompagnamento musicale; 2) 7 novembre 2007, Corrado Calabrò, l’istituto italiano di cultura di Atene ha dedicato una serata ai suoi versi, interpretati da due grandi poeti greci: Titos Patrikios e Antonis Fostieris; 3) 14 dicembre 2007, istituto di cultura Bruxelles: incontro con Corrado Calabrò. L’attore Paolo Gaio ha recitato alcune poesie di Calabrò. L’Associazione dei calabresi in Europa e la fondazione Corrado Alvaro, in collaborazione con l’istituto italiano di cultura, hanno presentato un incontro con il Presidente della “Fondazione Corrado Alvaro”, professor Aldo Maria Morace, e il poeta Corrado Calabrò alla presenza della giornalista e scrittrice Assunta Scorpiniti. L’intervento è stato inaugurato dall’ambasciatore d’Italia Sandro Maria Saggia; 4) 13 aprile 2010, serata omaggio all’istituto italiano di cultura di Buenos Aires che ha ospitato la presentazione dell’edizione bilingue della “Antología Poetica”, la raccolta di 72 poesie di Corrado Calabrò. Oltre ad essere una figura pubblica di grande rilevanza per la sua funzione istituzionale, Corrado Calabrò è un poeta esemplare e raffinato con già vari libri pubblicati. Pochi o nessuno come lui hanno orchestrato con tanta delicatezza, tanta intensità e tanta varietà l’intera gamma delle emozioni dell’amore. A presentare l’opera è stato lo stesso autore, accompagnato dagli interventi musicali della pianista Fernanda Morello. Prevista anche la partecipazione speciale dell’attore Luis Brandoni;
il successivo evento era previsto per il 18 ottobre 2011 presso l’istituto italiano di cultura di Vilnius,
si chiede di sapere se il Governo sia in grado di fornire un elenco di poeti italiani che hanno ricevuto dagli istituti di cultura, per i quali non sembra che siano stati previsti tagli dal disegno di legge di stabilità per il 2012, un sostegno analogo a quello riservato a Calabrò, peraltro soltanto a partire da quando è diventato presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

Articolo di Elio Lanutti del 20 ottobre 2011 per Parlamento Italiano

 

La stecca incolore di Gianni Clerici

Misteri dell’editoria italiana. Perché un editore come Fandango pubblica una raccolta di versi come Il suono del colore? Perché una roccaforte del giovanottismo illuminato e globale si presta ospitare il senile pavoneggiarsi italiota di un Gianni Clerici? Eppure Domenico Procacci – ossia Fandango – all’inizio della sua carriera di editore pubblicava le splendide poesie-romanzo di Dorothy Porter. La maschera di scimmia fu addirittura il primo titolo della casa editrice, seguito da altre operedella poetessa australiana. La poesia – poesia vera, non prosa fatta a pezzi – era dunque un valore fondante di quell’impresa, nata da una costola dell’omonima casa di produzione. E allora, cos’è successo nel frattempo? Come mai un intellettuale così ispirato (fu il primo a pubblicare in Italia Foster Wallace, con La scopa del sistema, e l’unico a dedicare un’edizione dignitosa a La modification di Butor: entrambi capolavori di poesia dissimulata in prosa) si è ridotto a pubblicare questo “diario intimo e segreto” – come lo definisce con tenera insensatezza il risvolto – che con la poesia non ha nulla a che fare? (E sarà per questo che alcune copie, come per un’inconscia rivolta del marchio all’ospite inadatto, hanno la copertina montata al contrario?)
È pur vero che qui Clerici, celebre per le verbose telecronache di tennis (“trapuntate [sic] di sospiri e aneddoti”, sempre stando al geniale redattore), è finalmente costretto alla laconicità dalla struttura del verso. Ma è l’unico limite cui si sottometta in omaggio al poetare. Per il resto, a parte qualche felice eccezione nei componimenti in forma chiusa, svaria a briglia sciolta tra povertà di senso e sciagura di suono (“Tu cammini con me traverso il mondo / solo adesso comincio a amar la vita”); tra haiku sciancati (“Ricchissimo padrone / di uno sguardo / sul fiorire / dei peschi / a primavera.”) e bamboleggiar di farfalline e formichine; tra bave in foglia di fico (“dove tu sei più bella / è nella vulva / un misto di animale e di marino / un sapore ferino…”) e spassose esibizioni cosmopolite da Arbasino piccino picciò. Così piccino, e così picciò, da cimentarsi con compiaciuta insistenza in lingue che rivelano d’essergli più estranee che straniere (vedi quando, in un componimento arditamente in francese, tratta al femminile il maschilissimo thème), col buffo risultato di sfigurare proprio lì dov’è più evidente l’ansia di figurare.
Va tuttavia dato atto a Clerici che l’involontario effetto comico è in parte colpa del curatore Marco Desiati. Il quale, tra i tanti paroloni che sventaglia con euforica approssimazione da neofita, gli dà ripetutamente dell’umanista. Perfino dell’“umanista contemporaneo”. È dunque ovvio che quando poi ci si imbatte in roba come “Vanno in cancrena i graffi / ma di vient de paraître, / noi siamo tutti avidi”, l’idea che l’abbia scritta un umanista trasforma il sogghigno in risata.

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È breve il gesto
dalla racchetta al verso.
Ma alta è la rete.

 
Articolo di Sergio Claudio Perroni dell'1 agosto 2011 per Poetastri.com

Le rigovernature in versi di Luciano Violante, aspirante al Colle

Se questo
che
vedete
qui
in queste
righe
è
fare poesia
allora
io
sono
Rimbaud
e
voi
Verlaine.
Perché ormai uno si sveglia, evacua sul foglio una gragnuola di pensieri col singhiozzo, e sostiene di aver scritto versi.
Devo parlarvi / della lotta che insieme / con Dio / è necessario / combattere / contro il male.
Se poi quest’uno è stato Presidente della Camera, ha precedenti di magistrato ed è per giunta membro dell’opposizione light – quella di stretto rito Mondadori –, troverà sempre un editore samaritano disposto a pubblicarlo.
Lo attendeva / una moltitudine / di persone / esultanti / che agitava / rami di ulivo / foglie di palma / e scialli colorati.
Direte: ma dov’è la poesia? Questa è prosa con gli a-capo epilettici! Non importa: dacché Bondi è Bondi (e Pecorella Pecorella), gli onorevoli sono legittimati a versicolare senza rossori.
Forse / gli uomini / temono le donne / perché noi / diamo / la vita / mentre / loro / la tolgono.
Direte: ma dov’è la poetica? Queste sono rigovernature moraleggianti da tema delle medie! Non importa: dacché Llera è Llera (e Vendola Vendola), il VIP ha ius di rapsodiare a piacimento.
Glieli restituii / con un sorriso / guardandolo / negli occhi / che mi sfuggivano // ma come è accaduto / gli sfuggì un sospiro / che sei già ritornato.
Sì, qua e là c’è qualche leggero marasma di suono, qualche vago capogiro di sintassi. Ma il nostro vate è troppo preso a escogitare istanze di equidistanza, facendo rimare Buchenwald con Gulag e Al Quaeda con Camp Cropper – così può aspirare al titolo di poeta civile senza sporcarsi troppo con un’ideologia. E può soprattutto, grazie al molto far rimare Gesù con Gesù, accattivarsi qualche cospicua benevolenza oltreteverina, in vista di future tenzoni presidenziali.
Perché la vista dal Parnaso è bella, certo. Ma quella dal Quirinale è ancora meglio.
Vi abbiamo
recensito
l’ultimo libro
di Luciano
Violante
dal sobrio
titolo
“Viaggio verso la fine del tempo”
pubblicato
da Piemme
(Gruppo
Mondadori,
ma pensa
un
po’).

 
Articolo di Sergio Claudio Perroni dell'1 giugno 2011 per Poetastri.com

Tra lacrime e uccelli, il bambinismo di Claudio Damiani

Claudio Damiani è poeta celebrato. Pubblicazioni, interviste, recensioni, interventi critici sulla sua opera. Perfino un reading al cinema Sacher, ultimamente, con grande accorrere di attori, scrittori e famosi: unanimi nel celebrarne la semplicità e la trasparenza tematica. Vediamo dunque la sua ultima pubblicazione, l’antologia Poesie, pubblicata da Fazi.
Bisogna ammettere che si tratta di una lettura, invero, abbagliante. Perché è un abbaglio scambiare gli pseudopascolismi per acutissima sensibilità: “Qual è il nome di quell’uccellino / che s’è posato ora sul marciapiede / e becca qualcosa dal terreno?”, “Lì gli uccellini stanno facendo i loro nidi, / c’è un gran daffare intorno!” – dimenticando che Pascoli, se non altro, sapeva distinguere e variare tra cinciallegre, fringuelli, balestrucci e calandre. Qui, invece, se non sono “uccellini” sono “uccelli”, sempre e indistintamente: “So ascoltare gli uccelli sui rami”, “Qui c’è solo la vita silente delle mucche / e gli uccelli chiari festosi”, “Gli uccelli cantano, vorrei accarezzarli” etc. Siccome tutto è mondo per i mondi, ignoreremo che il Nostro veda volatili ovunque. “Tu sei venuta come un uccellino / sulle mie mani”, si precisa, appunto, altrove. Non è l’unica: anche “Cesare viene la sera, e si siede sulla strada”, e Cesare, curiosamente, è un cane.
D’accordo: la semplicità, “la misura di sapere dire le cose che contano” (Ramat). Ma chissà se vale anche nel caso di: “Se ci fosse più silenzio, più feste / più lavorare insieme, tranquilli, / contenti di lavorare insieme, cantando”. Versi, cioè, dove il confine tra il nobilmente semplice e il ridicolo appare largamente varcato (gente che lavora insieme cantando? Magari nei campi di cotone o nelle risaie vercellesi? E davvero il Poeta si farebbe operare volentieri da un chirurgo che lavorasse cantando con la sua équipe?).
Dice: qui c’è “poesia che non divaga e non si distrae in inutili acrobazie stilistiche” (Lippo). Ma la semplicità non è del tutto incompatibile col congiuntivo (“Tu mi chiami / e io ti racconto una storia / poi ho paura che vai via / e ti stringo forte”). E tra l’inutile acrobazia stilistica e certi imbarazzanti incipit (“Fai un lavoro duro, cassiera di un discount”) passa una distanza forse insospettabile, per Damiani.
Si piange parecchio in questo libro. Piangono le montagne, gli alberi (“Quando mi rividero, gli alberi piansero. / Non dovete piangere, dissi loro”), le madri; piange la moglie del Poeta e ci si interroga sul perché lo faccia (“Piangi sopra di me, / nei tuoi occhi non sai tenere le lacrime, / escono le lacrime dalle tue ciglia / e un singhiozzo ti scuote il petto. / Perché piangi? Non piangere, / io non sono morto”). E chissà poi se le lacrime escono “dalle ciglia” grazie a qualche virtuosismo retorico oppure proprio fisico.
Insiste: è semplicità! È poesia “di un’ingenuità consapevole, opposta a ogni scetticismo preventivo” (Pegoraro). Altro che preventivo: “Forse le montagne, vedendo noi che scendevamo, / mia moglie e io, con sulle spalle il piccolino Antonio / (Gio e Domi erano dai nonni), / avranno parlottato tra loro / e si saranno intenerite per la nostra famigliola / nel vederci tutti e tre così piccoli / e fragili”. Al di là del fatto che si era in effetti tutti molto preoccupati per Gio e Domi, resta il dubbio che la poetica del fanciullino venga qui intesa come perseguimento del bambinismo: “Mi hai fatto tanta paura, / ma adesso non ho paura. / Questa strada è piena di fiori, / vorrei fermarmi a raccoglierne ognuno”.
Va bene il riferimento ai classici: ma leggere di foglie che in autunno cadono dagli alberi – e qui è un vero foglicidio – visite alle tombe dei parenti morti, bambini che corrono urlando, non odora di classico: puzza di già straletto. Il curatore e prefatore Marco Lodoli, tramortito da tanta sensibilità, arriva ad affermare: “Confesso di aver talora baciato queste pagine come amiche sincere”. Dovrebbe essere un suggello pubblicitario, oltre che critico. Vorremmo poter chiedere alle amiche di Lodoli come diavolo si sentano a essere baciate come pagine, e se davvero si accontentino così, ma forse è meglio lasciar perdere. Quel che conta è constatare come la prefazione subisca la stessa sorte del testo: per chi ci crede, rappresenterà qualcosa di mirabile e profondo. A tutti gli altri, scapperà da ridere.

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Reading poetastro.
Ci fosse stato Apicella
sai che ceffoni!

 
Articolo di Stefano La Notte del 31 dicembre 2010 per Poetastri.com

Le Costellazioni spente di Aldo Nove

Accesi nella nostra curiosità dai versi che si stagliano sull'elegante copertina bianca della collana di poesia Einaudi ("Perché ci fa paura quando dicono / le pietre cosa siamo ancora prima / di noi"), ci siamo addentrati nell'ultima silloge poetica di Aldo Nove,A schemi di costellazioni. La speranza, naturalmente, era che quella miccia innescasse un fuoco poetico compiuto, dirompente, vero. Nel caso di Nove, si sarebbe trattato di una bruciante novità.
Il libro è ricco di suggestioni artistiche, molte sono le dediche: da Arnaldo Pomodoro a Mimmo Paladino, per citare i nomi più noti. Una nota dell'Autore precisa che il nucleo del testo nasce dal confronto con l'arte di alcuni amici "e in omaggio a maestri defunti". I maestri vengono scritti in minuscolo, anche se talvolta sono maiuscoli davvero (Lucio Fontana, Yves Klein); ma non bastano certo, da soli, a generare il misterioso cortocircuito della Poesia. Né si rivela più utile Marx, nemmeno se brani del Capitale vengono utilizzati per essere interpolati all'interno di qualche sonetto ("il mezzo di circolazione in quanto/essere emesso nella quantità/ artificiosamentedall'incanto/del Capitalenon è l'aldilà").
Grandi ambizioni, dunque. Tuttavia una scintilla, magari pure artificiale, non sempre costituisce un principio di fuoco, come del resto abbiamo presto constatato imbattendoci in versi ossessionati dall'idea di andare a capo in modo da stupire qualche lettore di bocca (molto) buona: "Ma più lontano / l'eco delle parole, / e che non bastano, da / sole / nel sole (...)". Del resto, lo spiega la quarta di copertina: "i fuochi centrali del libro sono la dimensione cosmica dell'esistenza e le ferite dell'individuo che vorrebbe parteciparvi, la fenomenologia del dolore umano, il ruolo dell'arte e della poesia".
Ma il fatto è che il fuoco non pesa granché, e questo non è affare da poco, nel nostro caso: perché nel libro non esiste nulla, davvero nulla, che possa fungere da contrappeso a certi passaggi ingiustificati e ingiustificabili. Prendiamo, ad esempio, il melologo intitolato Parla Persefone, diviso in sei sezioni. In particolare, leggiamo per intero la quarta, scusandoci per il tempo che faremo perdere al lettore che intendesse seguirci fino alla fine: "Ascolta". Ascolta, e basta. Neanche si fa sera. Un solo verso (verso?) isolato in una pagina, così gratuito che persino il povero compilatore della quarta di copertina si è sentito in dovere di precisare che "Il libro alterna forme chiuse e aperte, nel segno di un respiro controllato o tanto ansimante da spegnersi in frammenti di frase, in singole parole alonate di faticoso silenzio". Un'excusatio non petita clamorosa, ma del tutto comprensibile: per cose del genere, a cinema e a teatro c'è chi, giustamente, reclama il rimborso del biglietto. E lo fa ad alta voce, altro chefaticoso silenzio. A parte questo, va sottolineata la capacità di Nove di far sembrarelogorroicoUngaretti, piazzando inoltre ottimi punti nella battaglia per reintrodurre a scuola lo studio mnemonico, integrale, dei testi poetici. Pochi studenti, ne siamo certi, si opporrebbero a consimili sforzi intellettuali. Le fiamme, dunque, si placano un po', anche perché la materia poetica di cui è fatto il libro pare completamente ignifuga.
Ormai forti dell'indispensabile supporto critico della quarta di copertina, apprendiamo inoltre che le parole di Nove "sono sistole e diastole di un unico pulsare, in cui pacata razionalità e delirio sembrano appartenere a una stessa natura poetica". E qui immaginiamo che l'eroico compilatore si sia certamente sentito in dovere di giustificare in qualche modo undici quartine memorabili nella loro sciatteria letteraria ("il dolore dell'inizio / il dolore dell'ospizio / il dolore dell'indizio / il dolore dell'orifizio"). E' verosimile che, di fronte a un prodotto così scadente ("il dolore dell'amore / il dolore del rumore / il dolore del dolore / il dolore del cuore") qualunque lettore appena sensibile abbia, per la prima volta, fatto ciò che non avrebbe mai immaginato di fare: pregare di gran cuore perché si compia al più presto, e per intero, la rivoluzione digitale ("il dolore della mattina / il dolore che sconfina / il dolore della bambina / il dolore della Cina"). Perché è davvero un peccato mortale produrre carta per poi riempirla in modo così inutile ("il dolore della sera / il dolore della bandiera / il dolore della nera / il dolore della pera"). Il dolore è anche quello di sentir chiamare "poesia" l'opera riempifoglio di chi, adolescente, cerca magari di far passare l'ora di filosofia mentre la professoressa interroga ("il dolore delle bottiglie / il dolore delle biglie / il dolore delle stoviglie / il dolore delle triglie"), oppure, senescente, attende paziente il proprio turno dal medico e ha finito di risolvere tutta, ma proprio tutta, la Settimana Enigmistica ("il dolore degli incisivi / il dolore degli ulivi / il dolore degli arrivi / il dolore dei sostantivi"). Il fuoco, se mai si è acceso, pare in fine morto del tutto.
Nessun grande incendio, dunque. Giusto un po' di cenere, questo sì. A ben vedere, non si tratta di una conclusione sorprendente per Aldo Nove, alias Antonio Centanin, figlio di Viggiù. Terra di goffi pompieri, non proprio di veri, consapevoli, incendiari.

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Cuore e dolore,
dolore e amore -
Nove, solo rumore.

 
Articolo di Stefano La Notte del 6 giugno 2010 per Poetastri.com

La sorpresa in versi di Veltrone l'Africano

Sarà perché qui parla di cose che sente davvero, come il calcio; e non di quel che sente di dover sentire, come nei romanzi e nei comizi. Sarà perché manca da tempo dalla ribalta politica, quindi si lascia leggere senza che in filigrana incomba la sua figura di ossimoro vivente – comunista ma yankee, buoneggiante ma astioso, primo della classe ma plurirespinto. Fatto sta, caro lettore, che se compri Quando cade l’acrobata entrano i clown (Einaudi), ennesima prova letteraria di Walter Veltroni, resterai deluso soltanto se speri di trovarvi occasione di ludibrio, come per le sue opere di narrativa. Perché qui l’indimenticato doppiatore di Rino Tacchino non solo si cimenta con la poesia, ma lo fa sorprendentemente bene.
Veltroni traduce in poema civile il disastro colposo dell’Heysel, che uccise 39 tifosi e ne ferì 600 durante una finale di Coppa a Bruxelles. Comincia descrivendo i supporter juventini – e se stesso tra loro – che affluiscono pacifici e festosi, come “una specie di legione straniera di brave persone”, sugli spalti dello stadio fatale. Poi illustra con versi di inattesa asciuttezza i prodromi del disastro: dall’involontaria e funesta contiguità fisica coi tifosi avversari, belluini e maneschi, all’impossibilità di arginarne l’urto sanguinario (“Noi non siamo uno scoglio, siamo un lungomare… / siamo bagnanti in un terremoto”). Infine approda, senza quasi perdere compostezza nel verso e negli accenti, alla descrizione della tragedia avvenuta, indugiando su figure struggenti – come la figlia di un ferito che lo guarda muta, quasi volesse implorarlo di cancellare l’accaduto e farla tornare a “quando tutto era normale, / prima che lei diventasse capofamiglia di un padre svenuto”.
Certo, qua e là (oltre a qualche desolante svarione, come i capelli “riavviati”) disturba l’impostazione amatoriale del poetare: le fuorvianti maiuscole in capo al verso, certi sgambetti di strofa che rompono il senso. Ma sono inciampi da poco, specie se confrontati con la produzione degli altri VIP prestati alla poesia, incapaci di padroneggiarne la forma e inchiodati alla lagna di amori anagraficamente asimmetrici, quindi sfigati. E forse a salvare Veltroni è proprio questo: abbastanza anziano da sentire il richiamo della poesia, ma troppo giovane per dedicarla a ninfette riottose, anziché cantare amori senili canta il vero amore della sua vita: quello pre-maturo per il calcio. E se ogni tanto fa capolino Veltrone l’Africano col suo facile moraleggiare ex post, è anche qui roba da poco: schegge di farisaismo che a malapena si notano nel flusso sincero, quindi efficace, di un racconto così sentito da generare belle immagini e perfino suoni di autentica poesia.

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In Africa no
né a Palazzo Chigi.
In Arcadia Uòlter.

 
Articolo di Sergio Claudio Perroni del 16 maggio 2010 per Libero

L'ultima burla di Edoardo Sanguineti

Sanguineti era uno di quegli intellettuali che negli anni Sessanta teorizzavano la scrittura pur di non imparare a praticarla. Insieme ad Angelo Guglielmi fu uno degli esponenti di punta del neoavanguardistico Gruppo 63, con la differenza che Guglielmi ci avrebbe dato la Raitre dei tempi d’oro, mentre Sanguineti si sarebbe dedicato a insegnare quell’italiano che per lui aveva senso così: “Eppure, io sono un supermaschietto: / se occorre, anche con gli alluci io ti fotto: / in una fica, il mio fico è un raschietto // ho un fico molto fico, ecco, e fa effetto: / ma a fottifotti, lo ammetto, si è rotto: / è con due pugni ormai che do diletto” (da Mikrokosmos, ed. Feltrinelli).
Sanguineti sosteneva l’organicità dell’intellettuale, quindi l’inevitabilità che l’atto artistico si traduca in atto sociale. Ecco alcuni suoi versi che, all’insaputa di Gramsci, rappresentano cosa egli intendesse per atto artistico-quindi-sociale: “TOrri, TOrtelli, TOtani, TOssine / NIcchiano NIdi, NInnano NInfetti, / NOn NOminando NOtti NOvembrine // CONtrastano CON CONcavi CONfetti / TEste TEatrose, TEnere TErrine:” (da Il gatto lupesco, ed. Feltrinelli).
In un soprassalto di poesia, l’anno scorso il garante per le telecomunicazioni Corrado Calabrò ha immortalato i versi di Sanguineti con questo distico: “Privo di senso e saputo, / come le nonpoesie di Sanguineti” (da La stella promessa, ed. Mondadori). Forse si riferiva all’omaggio che Sanguineti dedicò a Pascoli: “Io ti farò cucù e curuccuccù, ragazzina lavandarina, se mi bacia il tuo bacio | a chi vuoi tu: ti farò reverenza e penitenza, questa in giù quella in su, | suppergiù: e tra i tonfi dei miei gonfi fazzoletti poveretti, ti farò, con le mie pene | cantilene e cantilene…” (op. cit.).
Sanguineti lavorava anche per il teatro. Proprio in questi giorni, all’insaputa di Euripide, va in scena al Teatro Greco di Siracusa la traduzione sanguinetiana dell’Ippolito/Fedra. Ogni sera, l’attrice Elisabetta Pozzi e il regista Massimo Castri, bravissimi, cercano di rendere recitabili o almeno comprensibili passi come: “Ma noi – i giovani, infatti, non sono da imitare, / che pensano così – come conviene, a schiavi, dire”. Secondo Sanguineti, questo shangai di parole equivarrebbe a “grecizzare l’italiano”. Grecizzando grecizzando, i personaggi di Euripide finiscono anche per dire cose strane – per esempio quando trasformano in dovere (“gli dèi, infatti, padroni bisogna chiamarli”) quella che per Euripide, all’insaputa di Sanguineti, era una scelta. Il che, in una tragedia greca, fa un certo effetto.
Adesso Sanguineti non c’è più. Che dire?

 
Articolo di Sergio Claudio Perroni del 19 maggio 2010 per Libero

I non irresistibili versi di Gianni d'Elia, rapperonzolo resistenziale

È dubbio se una bugia ripetuta cento volte possa diventare una mezza verità, ma si può affermare con sicurezza che non basta ripetere cento volte quali siano le proprie aspirazioni (e ispirazioni) per dirsi poeta. In particolare, l’aver reiterato per trent’anni lo stesso mantra monocorde – Pasolini, Versi Civili, Resistenza, Pasolini – non ha certo consentito a Gianni D’Elia di diventare un poeta (ammesso, poi, che poeti si diventi). È ciò che si ricava dalla lettura dell’antologia pubblicata da Einaudi – Trentennio, appunto – nella quale il basso continuo appena richiamato pulsa dalla prima pagina fino alla quarta di copertina, dove il libro viene definito, in maniera non proprio accattivante, “Un viatico di resistenza umana per superare le amarezze di tante sconfitte che hanno intrecciato il privato e il politico in questi ultimi trent’anni”. Vertici degni del Caro Diario di Moretti, lì dove gli “sconfitti” si lamentano perché nemmeno l’Optalidon è più lo stesso (“Ti ricordi il tintinnio rassicurante del vecchio tubetto?”). D'Elia, di queste sconfitte, è dunque sia aedo sia protagonista. Rispetto a Moretti è come se stesse rifacendo, per renderla seria, una parodia. Un esercizio funambolico, da restarne ammirati.
Ma sempre con l'occhio a Pasolini. Anzi: a Pier Paolo, come confidenzialmente viene chiamato in qualche testo, con una scioltezza degna del miglior Arbasino. Certo, non è sempre facile decrittarne l’ombra attraverso la filigrana di versi che potrebbero più ragionevolmente far pensare agli sfoghi di un rapperonzolo nostrano: “Questa Europa, questo mondo, fa vomitare / (…) / Ricorda, solo un nuovo sentire-pensare / potrà cambiare davvero il vecchio fare”. Dubbio corroborato anche dalla cronaca dell’incontro in treno con un giovanotto, il quale si esprime in un gergo che aspetta solo di esser messo in versi: “ma io non ho finito di studiare... / non ho il biglietto, m’hanno già beccato, / speriamo fino a Foggia di sgamare”. Sono  esempi che tuttavia non devono fuorviare: se ci viene detto Pasolini, da qualche parte Pasolini ci sarà di sicuro. Anche se magari lo strazio delicatissimo delle sue poesie in furlano può sembrare distante, tanto distante, quando ci si imbatte in strazi poetici di segno ben diverso: “tutto mi pare senza senso, / la pioggia, le squame lucide dei tetti / le notizie meteo e sportive, il quarto / posto di Irvine al Gran Premio del Belgio”. Se, fra mille terzine, pare di perdere di vista Pasolini, è solo perché l’ascesa al cielo dei Poeti – sempre affollatissimo – necessita di padri anche più nobili: “e maledirvi è poco, persecutori di Lotta Continua, / bugiardi, disonesti, mestatori da Caina, / professionisti d’una legge da untori, / feroci persecutori di una vendetta / contro il cuore puro delle generazioni / mosse solo dalla speranza benedetta”. Forse una sinossi tra il destino di Dante e quello di D’Elia, entrambi costretti a praticare la Resistenza come categoria dello spirito? Può darsi. O saranno i Versi Civili tanto promessi, con passaggi che non sarebbero dispiaciuti nemmeno a Zdanov. La Riviera adriatica? Eccola: “Si lavora per il divertimento degli altri / e ci si diverte con il lavoro altrui, / un po’ come nei capisaldi del Capitale”. E l’emozione suscitata dal volto dei compagni? Pronti: “Almeno, non amammo i borghesi, la media / ma la faccia del Roscio, carrozziere / elettrauto, compagno al tappezziere, / al falegname che piallava accanto, / uniti tutti allora a quel canto...”.
Non manca – non potrebbe – un occhio di riguardo a lutti e tragedie più e meno à la page: dalla strage di Bologna all’11 settembre, dall’assassinio di Moro a Pinelli e alle guerre slave. Tutti vissuti come ripetute prove del nove della propria Visione del Mondo, con rime strabiche che forse vorrebbero guardare ad autori di razza – buttiamo lì un nome: Pasolini? – e fissano invece Nilla Pizzi (riveduta da Arbore e Frassica): “(...) a cercare ciascuno una via di comprensione / dell’immensa sconfitta dell’umanità / derelitta, per quell’amore / del vero ch’è ancora nel cuore”. Anche se, quanto ai lutti, non manca qualche sortita in territori tutto sommato originali, poco praticati, coraggiosi, come ad esempio quello di Edoardo Agnelli, evocato per essere subito piegato all’ideologia attraverso immagini di dubbio gusto: “voglio pensare al tuo andar via da qui / come a un volo dal viadotto dell’abbienza”.
Da notare, infine, il sapiente utilizzo della punteggiatura: escluso un pugnetto di traduzioni dal francese, su 199 testi se ne contano ben 155 che terminano con i puntini di sospensione... E capita di imbattersi in filotti poetici dove si chiudono con i tre puntini anche 21 poesie di fila. Qualcuno potrebbe considerarlo un inconfondibile marchio di fabbrica, il segno di uno stile. È difficile a dirsi, ma certo è che 155/199 sembra una percentuale da vero Michael Jordan del verso. Sul senso da dare a questa scelta (un soffermarsi sull’orlo dell’apocalisse quotidiana? la prova di un horror vacui che taglia il respiro?) ognuno è libero di pensarla come crede. Sono argomenti su cui non v’è certezza. Ciò che appare assolutamente necessario e non più rinviabile, anche alla luce della lettura di questo libro, è una moratoria – perlomeno trentennale – sulle ceneri di Pasolini.

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Per darsi un tono
si appella a Pasolini:
che non risponde.
 
Articolo di Stefano La Notte del 6 aprile 2010 per Poetastri.com

L'Almanacchio: la casta dei versi s'incensa da sola

Quella dello Specchio è stata per anni una delle collane di poesia più importanti d’Europa. Poi ha smesso. Ed è diventata una vetrina per poetucoli, allestita da due vetrinisti all’altezza. Una ribalta per verseggiatori da diporto, in mezzo ai quali capita anche qualche poeta vero – felice evento, ma così raro da immaginarlo dovuto più alla legge dei grandi numeri che ai vetrinisti. Pura chimera, quindi, aspettarsi di trovare nell’Almanacco dello Specchio (Mondadori) il meglio della poesia italiana dell’anno; o, se non il meglio, anche solo un po’ di poesia; o, se non proprio poesia, almeno un tentativo, un afflato che un giorno, chissà, possa trasformarsi in poesia.
E così, tranne qualche svogliata eccezione giusto per confermare la regola, anche quest’anno lo specchio dell’Almanacco riflette perlopiù le immotivate vanità di una combriccola di poetastri. Quelli che durante l’anno si puntellano recensendosi a vicenda, premiandosi a vicenda,  pubblicandosi a vicenda, prefacendosi a vicenda, incensandosi a vicenda. E a fine anno confluiscono in questo allegro almanacco del verso di scambio. Nel quale un membro del comitato di lettura, Biancamaria Frabotta, recensisce il “libro assai bello oltre che importante” di uno dei due curatori, Maurizio Cucchi. E un altro membro del comitato di lettura, Alberto Bertoni, recensisce l’altro curatore, Antonio Riccardi; per poi, non pago, recensire pure la suddetta Frabotta, la quale recensisce a propria volta un terzo membro del comitato di lettura, Mario Benedetti. Che almeno, in questa ronde del verso cariato, è un poeta vero (“A Brest è piovuto una volta per sempre. | Un viso, una corsa sono stati amati per sempre, per sempre. | Ti guardo dalla sabbia che sembra non finire nemmeno lì dove sei”), mentre gli altri sono appena un po’ meglio di Cucchi, così impoetico da  perpetrare versi come “mi infilo nel portafogli del mio letto | come una carta d’identità scaduta” o “amo, del resto, questa mia fronte spaziosa” .
È dunque una festicciola di soliti noti, questo Almanacchio: un party tra compagni di faccende, un Cafonal in versi. E le occasioni poetiche sono così rare e bistrattate da sembrare ospiti sgradite. Bistrattati sono i bei versi di Milo De Angelis (“Ecco l’acrobata della notte, il corpo | senza nulla, un’incisione | nell’aria, un puro scoccare | di fosfori”), di Marco Santi (“E sento il soffio di cenere sfiatare nel camino, | nell’altra storia di noi conclusa”) e pochi altri, annegati in un chiasso di inediti che avrebbero fatto meglio a rimaner tali (uno per tutti, di tal Giovanni Orelli: “Ha poi lasciato il tutto a mia madre | e lei a me: liti così stanno bene. È vero.”).
Bistrattati sono gli inediti del povero Bigongiari affidati ad Andrea Kerbaker, assurto a dignità accademica dopo aver gestito un tanto generoso quanto vago progetto culturale della Telecom tronchettiana. Bistrattata è Mary Tolusso, usata non per poetare bensì per… intervistare sulla poesia un attore – roba che manco Vanity Fair. Bistrattate sono soprattutto le poesie di Carpi, D’Agostino, Miti, Loreto e altre poetesse quasi tutte di rango, che una mentalità rozza e guasta ha rinchiuso, quasi a voler espiare il pregio di averle selezionate, in un’“antologia al femminile”: una riserva muliebre, un’enclave per signore. Occorre stanziare quote rosa anche nel salone della poesia, la più femmina delle arti? Non è semmai il maschio, soprattutto in questo secolo, soprattutto in Italia, a farvi spesso la figura dell’imbucato?
Per rendersene conto basterebbe confrontare i versi straordinari di queste autrici, alcune poco più che trentenni, con quelli dei “giovani autori” che secondo il duo Riccardi/Cucchi dovrebbero rappresentare “la vitalità della nostra poesia d’oggi”: si va dagli attacchi di metaforite incontrollata (“spalancate i pori | delle mani alla bocca del giorno”) alla più imperterrita e sorda impenetrabilità (“ti avvolgi più stretta la folla intorno | la bocca nel rumore dei viali”), tipiche affezioni poetastre sin dalla notte dei tempi.
Al confronto, sembra gggiovane perfino Nanni Balestrini, che ancora a settant’anni cerca di fare il poeta di rottura, dedicandosi un autoritratto (anzi, un “autopsicoritratto”) che riesce a non peccare di vanità solo perché non vi si capisce un’acca (“le associazioni d’immagini | e di idee si svolgono | in una cadenza aritmica provocando | impulsi e inibizioni | che contrastano tra loro”).
Bistrattata è insomma la poesia in sé, da questi baldi dioscuri dell’Almanacco, instancabili professionisti dell’antipoesia. D’altronde è difficile aspettarsi altro da chi ha il coraggio di ospitare un “saggio” in cui il sacro nome di Baudelaire viene accostato – e per ben tre volte – a quello dell’autore di questi versi: “lei, ansiogenata nello sbando quot. | sagoma interlux, dita di rosmarino | narrabile alle amiche, si fa sottomarino”. Autore che si chiama Giancarlo Majorino, e che, ovviamente, fa parte anche lui del comitato di lettura dell’Almanacco. Degno suggello a questo sodalizio di nulla.

 
Articolo di Sergio Claudio Perroni del 20 marzo 2010 per Libero

Slam poetry, poesia per voci

Parliamo di slam poetry. Trattandosi di un fenomeno molto diffuso oltreoceano ma ancora poco noto in Italia, premettiamo una breve spiegazione per i lettori che non lo conoscano.
(“Non hai mai imparato | nulla | dai morsi di ieri | sempre sei | la polvere | sui giorni | di qualcun altro”)
Senza azzardare troppo, slam poetry si può ben tradurre con “poesia d’urto” – concetto che vien buono anche per i poetry slam, quegli “scontri” di poesia che ne costituiscono al tempo stesso l’habitat e l’anima. Gli slam sono rigorosissimi tornei di declamazione poetica, in cui decine di concorrenti si sfidano di fronte a un pubblico di spettatori-giurati, leggendo o recitando i propri versi in turni da tre minuti; girone dopo girone, il pubblico li promuove o elimina votando (e vociando) fino a ridurre la sfida allo scontro diretto tra due poeti, dal quale emerge infine il vincitore dell’urto, della giostra poetica.
Già lessico e prassi danno l’idea di quanto nei poetry slam il poetico si avvalga del ludico. Un ludico in cui qualcuno potrebbe, con qualche accettabile forzatura, rinvenire le cause prime della poesia come interpretazione della realtà da condividere con un uditorio: mimesis a pieno titolo – e, dunque, autentico spettacolo.
Proprio la componente spettacolare degli slam (col doppio coinvolgimento dovuto al raddoppiarsi dei ruoli: poeta/esecutore, pubblico/giudice) rende alla poesia un servizio impagabile, mostrandola finalmente viva e vicina, arte corrente in quanto comprensibile e giudicabile. E non solo: la struttura spettacolare funge anche da efficacissimo filtro di velleità, facendo sì che quella declamata negli slam sia quasi sempre poesia vera. Il che, in un universo gremito di poetastri, ha del miracoloso.
("Ti osservo | in quest'ora di cielo | mentre esisti | senza di me | sto andando a perdere | ma vivo ancora")

Se infatti l’impudenza del poetastro non ha confini quando si tratta di ammannire in versione stampata i propri versicoli, la prospettiva di un confronto diretto, dal vivo, e con giudizio istantaneo, è un deterrente inesorabile. Vero è che il poetastro è ghiotto di premi da sciorinare in quarta di copertina, quindi di concorsi cui partecipare e di selezionatori da blandire; ma una cosa è mettersi in gara affidando il proprio libercolo alla compita lettura di giurie eventualmente addomesticabili, e tutt’altra è tenzonare declamando i propri versi al cospetto di un pubblico appassionato fino a essere scalmanato.
Certo, può capitare che qualche trombone imperterrito si avventuri comunque alla ribalta, pensando che i poetry slam siano una versione esotica dei recital di vanità – com’è successo quest’estate durante la prima edizione del “Grande Slam” di Naxos. Ma il pubblico di queste giostre poetiche ha la meravigliosa intransigenza di chi si senta competente per istinto, e così il trombone – trombona, nella fattispecie – non ha superato la prima selezione, e in finale sono andati due poeti veri: Cettina Caliò e Paolo Lisi. Dopo una lunga serie di tornate supplementari (negli slam, altra finezza di agonismo poetico, non esiste un equivalente del tie break: in caso di parità, i finalisti continuano a scontrarsi finché uno dei due non la spunta), ha vinto la Caliò, autrice dei versi che abbiamo citato in parentesi e che ritroviamo nella sua raccolta L’affanno dei verbi servili (titolo la cui bellezza patisce un’incolpevole somiglianza con quello del best-seller La solitudine dei numeri primi, pubblicato tre anni dopo).
Ecco, se c’è un problema con la slam poetry – a parte qualche fastidiosa esuberanza quando lo slam rischia di trascendere in rap – è proprio nel ritrovare stampati i versi ascoltati dal vivo. Il loro concantenarsi, perfettamente ritmato in scena, sulla pagina risulta spesso allentato da una scansione approssimativa, come se questi poeti, troppo assorbiti dall’esecuzione pre-orale dei propri versi, li riversassero sul foglio senza curarsi di quella strutturazione testuale – a capo pertinenti, maiuscole, e quant’altro stabilisca gerarchie almeno ritmiche – che occorre al lettore per poter ritrovare il loro stesso spartito intonazionale. Succede anche con alcune poesie della Caliò, che, private del chiaroscuro sintattico, in forma scritta perdono il formidabile dinamismo comunicativo di cui godono dal vivo grazie alla scansione naturale impressa dalla voce. Ma è un limite che nelle più brevi è appena percettibile, con effetti in cui la profondità sonora sembra quasi smaltare quella emotiva: “Fuori dalla porta | dei tuoi pensieri | abbracciata | me ne sto | alle mie ginocchia | un che di fiato | si frantuma | nel riflesso dell’onda | che si frange | senza fine | sullo scoglio | che io | sono”. Grande slam davvero.

 
Articolo di Sergio Claudio Perroni del 20 settembre 2009 per Poetastri.com

La parte in ombra di Zavoli? La poesia

Che cosa può regalarsi un uomo che ha già tutto? La risposta varia a seconda di latitudini e attitudini personali. È notizia freschissima, ad esempio, che il magnate Abramovich abbia deciso di concedersi un’ascensione al Kilimangiaro, fallendo purtroppo nell’impresa (sempre più simile a una parodia di Hemingway, in questo suo alternare slanci eroici e inevitabili fallimenti sulle montagne d’Africa). Tuttavia, siccome all’occorrenza bisogna saper essere provinciali, è giusto dire che anche in Italia possiamo assistere a sforzi del tutto analoghi: stessa insoddisfazione per quanto ottenuto, stesso bisogno di provare a se stessi e agli altri il proprio valore, stessa difficoltà a ottenere risultati accettabili in territori tanto diversi da quelli che hanno regalato la pubblica gloria.
Stiamo parlando di Sergio Zavoli e del suo ultimo libro di poesie (La parte in ombra, Mondadori). L’attuale presidente della Commissione di vigilanza RAI ha avuto una carriera lunga e costellata di successi. Evidentemente preoccupato di far sapere che non è tutto oro ciò che luccica, che anche lui ha i suoi bravi momenti di emozione e commozione di fronte al mondo nel suo più ampio manifestarsi – perché c’è vita anche fuori dai corridoi della RAI, dicono – il celebre giornalista da qualche anno si dedica anche alla poesia. La sua parte in ombra, si presume.
Certo, l’uomo di potere che scrive poesie suscita diffidenze, il pensiero corre fino a Nerone e alla sua lira. Ma Zavoli si spende con molta generosità al fine di rassicurare il lettore circa le proprie attitudini poetiche, sbandierando vari quarti di nobiltà letteraria. Tra dediche, rievocazioni e nostalgie per il tempo che fu, vengono nominati, tra gli altri: Montale, Luzi, Bo, Gatto, Zanzotto, Risi e il Caffè Giubbe Rosse (oltre a Fellini, che proprio un poeta tradizionale magari non era, ma solo perché dietro alla macchina da presa era difficile andare a capo). C’è bisogno d’altro? Qualcuno potrebbe dire che sì, ci vorrebbero le poesie. E qui cominciano i guai. In principio di libro, si riesce a scivolare via veloci da certi versi radenti il bucolico e non proprio memorabili (“Vedo che una farfalla dove passa / lascia un’ombra per terra”, “siamo come le rose antiche, / scolorite di profumo in profumo”), ma presto ci si impantana nella palude di affetti famigliari, dove non mancano i genitori, la figlia e, soprattutto, il neo–nato nipote (“Andrea è già qui, / coi suoi piccoli occhi vuol vedere / dove la vita gli ha tenuto il posto”: quasi una completa sconfessione del libero arbitrio, a ben vedere, per il nipotino). Sparse tra i vari testi, inoltre, emergono allarmate segnalazioni di distrazione collettiva, oggigiorno così tipica: “Tra gli orrori umani nessuno / più ricorda le grida delle tribù”, “Patria, non hai più chi ti nomini, / il tuo nome è perduto”, “Nessuno più rovescia le clessidre”.
Un raro momento di ironia (“Quante volte interrompi il tuo discorso / dicendo «in conclusione», / prova a dirlo all’inizio, / vedrai come s’impenna l’attenzione”), ed ecco la sezione più dura da digerire, intitolata Versi civili. Si passa da Cernobyl alla strage di Beslan, dai bambini–kamikaze imbottiti di tritolo all’Iraq (ma c’è anche una poesia dedicata alla vedova Calipari). Temi di grande impegno, che servono più che altro a introdurre il Tema Civile per antonomasia: “Mi era venuta incontro una sequela / di sillabe spezzate in tanti punti, / co sti tu zio ne, / una storia strappata alla sua voce; / ho stretto la parola con un dito / e ha ripreso il suo canto”. In Italia, si sa, non esiste patente di civismo più efficace del richiamo alla carta costituzionale. Basta la parola: e subito le poesie (i saggi, i romanzi, gli articoli di fondo) si fanno civili. Ma Zavoli sa andare oltre: “Non sono per ridurre alla purezza le parole, / questo sentirmi ancora di sinistra / oggi prova soltanto una certezza: / io sto come nel frutto il suo sapore”. Sono versi che meriterebbero l’attenzione di esegeti zavoliani più esperti: l’Autore reputa dunque di essere colui che conferisce gusto alla sinistra? O la sua appartenenza politica è da ritenersi naturale come è naturale che un frutto abbia un proprio inconfondibile sapore? E non è che poi questo sapore farà la stessa fine delle foglie d’autunno dell’albero di Ungaretti, velatamente richiamato? Sono questioni gravi, che andrebbero risolte, pena il possibile blocco dei lavori della Commissione di vigilanza. In fondo, Zavoli occupa un rilevante ruolo di garante di tutte le parti politiche.

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In ombra o no.
Vigile in Rai,
quando verseggi
andresti vigilato.
 
Articolo di Stefano La Notte del 17 agosto 2009 per Poetastri.com
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