Avete rotto la mi... - poema civile collettivo in...

Da «Avete rotto la minchia, poema civile collettivo in fieri»

XXIII

Papi e D'addy

Ecco aggiunta la D’addario
al penoso calendario
di erotismo pecuniario
preveduto dalla Lario

Non di Parma la Certosa
(più che villa, casa chiusa)
ospitava alla rinfusa
gran statisti e gnocca a iosa.

Or di Grazioli l’austero palazzo
accoglie due racchie, una cessa e un magnazzo
per vender goduria a quel tristo pupazzo
che ormai da un decennio ci smandripola il cazzo.

Inviate qui le strofe che vorrete comporre per contribuire al poema collettivo. La partecipazione è libera, il verso è libero, il tema è libero. Unico limite alle suddette libertà:
la partecipazione non dev’essere ossessiva;
il verso deve rispettare, in ordine d’importanza: suono, senso, decenza (stilistica), pertinenza;
il tema dev'essere di interesse generale.
Un tema per ogni strofa, lunghezza max della strofa 14 versi (sono benvenuti i sonettisti). In calce a ogni strofa figurerà il nome o lo pseudonimo dell’autore.
N. B. La pubblicazione è soggetta al vaglio e all’eventuale ritocco della redazione.

L’angelo ferito di Ceronetti, lustratore di patrie

Alla fine ce l’ha fatta. Alla fine, il preteso poeta Guido Ceronetti è riuscito a ottenere il tanto agognato – e sollecitato – assegno della legge Bacchelli. Il 6 marzo, come da Gazzetta Ufficiale, il presidente della Repubblica gli ha concesso il vitalizio previsto per i cittadini di chiara fama che abbiano “illustrato la patria” e versino in condizioni di indigenza.
Non è chiaro, in realtà, come faccia Ceronetti a versare in condizioni di indigenza, vista la sua pluriennale e assidua collaborazione con testate nazionali di nota solvibilità, vedi (a titolo esemplificativo ma non esaustivo) La Stampa e il Sole 24 Ore. Conosciamo vari poeti, veri poeti, cui nessun direttore di giornale si sogna di scucire né un euro né una riga di spazio affinché divulghino la propria visione del mondo – come invece è dato fare, settimanalmente, prestigiosamente e remuneratamente, all’asserito poeta Guido Ceronetti. Ma il punto non è se Ceronetti sia davvero indigente, né come faccia a esserlo col generoso sostegno dei giornali che gli danno asilo e ribalta: può anche darsi che il poverello non sappia amministrare le proprie entrate con la sagacia con cui somministra le sue sortite, ovvero le astratte geremiadi con cui si atteggia a profeta di sventura senza mai infastidire nessuno dicendo qualcosa di concreto. No, il punto è come si possa ragionevolmente sostenere che Ceronetti “illustri la patria”.
Cerchiamo conforto nella sua ultima raccolta di versi, Le ballate dell’angelo ferito. Il risvolto fa ben sperare, poiché l’autore si presenta innanzitutto come “poeta” e “filosofo”. Attributi nobili e promettenti, di quelli che – come una sigaretta e un vitalizio Bacchelli – non si negano a nessuno. Peccato però che il testo che introducono si guardi bene dal corroborarli. “Sono una pornodiva | Pagata in pornolire | Lavoro otto pornore | In piedi o a pornoletto | Per divertirmi suono | La pornopiva. | In una pornomansarda | Vicino al pornoduomo | Ho due pornostanzette | Dove mi faccio al porno | Due pornocrocchette…”. Versi tanto esemplari per suono e senno, da lasciare un solo dubbio: saranno opera del ceronettipoeta o del ceronettifilosofo?
E questi altri, così densi di travaglio esistenziale espresso con la giuliva maturità di un ginnasiale: “Esserci il mondo, i mondi, le galassie | Le supernove? Un casino di caso! || Io sarò per caso caduto per le scale? | Mi rialzo indenne: è altro caso?” – sono la voce del cerofilosofo o quella del ceropoeta?
Ancora: “Così tu m’hai rotto le coglie | Melanchòlia || Atra bile cola cola | Bile atra cola via | Per cacciarti Melanchòlia | … | Ho violato la natura | Della donna quando è impura | Sodomizzo anche i pollastri | Per aver propizi gli astri | E ne nascono più anguille | Che dall’ano di Sagana | Io vi mangio figlie anguille.” Miasmi versicolari degni del peggior Sanguineti, che però ha il pregio di non lasciarsi accreditare come illustratore di patrie.
Sarà forse per questo, per mostrare almeno un pizzico di tempra etica ad usum Bacchelli, che Ceronetti infila a forza tra le tante buggerate anche qualche tentativo di poesia civile. E i risultati oscillano tra la stornellata afasica di un posteggiatore lateranense (“Avvenne il maggio tredici dell’Ottantuno | Graziato il Lupo grazia è tinta sporco | Vecchio e malato il Papa è all’agonia | Quanto sei trista o Storia d’Italia mia!”) e il post di un internauta complottomane (“Il timidissimo, diligente Mohammad Atta di Amburgo e il suo gruppo di assassini non sono i veri autori del colpo contro le due torri di New York quell’undici settembre del 2001, e neppure lo è il loro barbuto mandante saudita… Noi pensiamo che il colpo sia stato voluto e guidato dal mondo dell’Occulto.” – nota a “Il vampiro delle torri gemelle”, il cui sapido incipit è “Mi chiamo Oniro. | Sono un Vampiro.”).
Poteva infine mancare, tra questi goffi tentativi di bardismo sociale, una ballata con cui accaparrarsi la povera Eluana Englaro? No, non poteva. E questo dovrebbe bastare.

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Misera scusa
carmina non dant panem
se il carmen manca.

Articolo di Sergio Claudio Perroni del 25 marzo 2009 per Poetastri.com

Stradotto da Sampietro, Charles Wright finisce al tappeto

Ciò che mi ha colpito, quando una traduzione di Luigi Sampietro, pubblicata recentemente da Ventiquattro, ha attratto la mia attenzione, è stato il titolo. Tradurre “Nothing is written” con “Niente è ancora scritto” certamente colpisce, e se non avessi notato altre incongruenze, di varia gravità e natura, nel prosieguo di questa infelice versione italiana di una poesia di Charles Wright, avrei pensato che l’intenzione di Sampietro fosse proprio quella di colpire, di provocare, di scioccare, di imporsi come il Damien Hirst delle traduzioni.
 “Niente è ancora scritto” dà l’idea di qualcosa che potrebbe essere stabilito definitivamente, sebbene ciò non sia “ancora” accaduto. Con “Nothing is written”, al contrario, Wright trasmette subito al lettore l’idea dell’infinita mutabilità delle cose: niente è stabilito definitivamente. E nessun dettaglio lascia intendere che questa certezza assoluta – che poi è la certezza dell’incertezza – possa essere in qualche modo messa in discussione.
La convinzione che il “titolo shock”, lungi dall’esser tale consapevolmente, sia frutto quantomeno di un’incauta scelta volta a soddisfare un’esigenza eterogenea (“Niente è ancora scritto” suona forse meglio di “Niente è scritto”?), matura leggendo il testo tradotto, dove affiorano altre incongruenze; e, come accade alla suspense dei gialli più avvincenti, raggiunge il culmine nel finale.
 “The stars will lean down and stare from their faceless spaces” si trasforma in “Le stelle guarderanno giù fissandoci da quei loro spazi senza faccia”. Sampietro ignora il suggestivo “chinarsi” delle stelle. Immagina poi che le stelle ci fissino, ma nell’originale l’oggetto del loro fissare non è espresso. L’omissione dell’oggetto è una scelta ben precisa da parte dell’autore, che può sottolineare un distacco, una contrapposizione tra “noi”, il soggetto col quale inizia la seconda parte della poesia, e le stelle, che orientano il proprio sguardo fisso verso il basso dai loro spazi senza faccia, quindi freddi, alieni, distanti. Una cosa è avere lo sguardo fisso di chi guarda nel vuoto, ben altra è guardare intensamente qualcuno. Costituisce arbitrio di non poco conto decidere che le stelle “ci” fissino.
Potrebbe una visione antropocentrica dell’universo da parte del traduttore valere come attenuante per l’esercizio di così grave arbitrio? La risposta è no, perché tale visione antropocentrica, se mai sia esistita, si dissolve comunque nel corso della traduzione, di fronte, ironia della sorte, a un lembo di neve (“…its footprint like a slice of snow | torn off over Mt. Caribou”). Lembo di neve che non si è affatto staccato come sostiene il traduttore (“…simile a un lembo di neve | staccatosi per rinascere altrove”): è stato asportato. Il verbo “tear off” non è, tipicamente, un verbo riflessivo, e interpretarlo come tale è veramente una forzatura.
Il testo italiano si trasforma poi in traduzione completamente libera, stabilendo un nesso tra il distacco del lembo di neve e la motivazione per cui sarebbe avvenuto: “staccatosi per rinascere altrove”. Nesso causale che nel testo di Wright, semplicemente, non esiste.
L’equivoco nel quale incorre il traduttore, secondo cui a cercar di rinascere altrove sarebbe il lembo di neve – e non “noi”, come intende l’autore e detta la logica –, è stato probabilmente indotto anche dalla convinzione che il lembo di neve abbia avuto in qualche modo un ruolo attivo, staccandosi autonomamente e assurgendo inspiegabilmente al ruolo di protagonista assoluto della vicenda; nello stupore generale.
Leggendo con attenzione i versi tradotti, tuttavia, tale stupore risulta ingiustificato. Era infatti inevitabile che il lembo di neve rubasse la scena ai veri protagonisti, visto che Sampietro li aveva già messi K.O. riservando loro “occhi pesti” e “bocca storta” (“e domani al mattino, con gli occhi pesti e la bocca storta”): fisionomia da pugile stramazzato, sorta di paresi facciale lì dove, nell’originale, quegli stessi occhi e bocca erano tutt’al più – e con termine non a caso ripetuto – “contratti” (“pinched mouths and pinched eyes”).
Lascio giudicare al paziente lettore di queste righe chi e cosa rimanga al tappeto dopo prestazioni di così alto livello.

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Da Walcott a Wright
le forche sampietrine:
bye-bye poesia.

Articolo di Paolo Necchi del 28 gennaio 2009 per Poetastri.com

L’eros asimmetrico e sfigato di Gaetano Pecorella, poesiolista grezzo su carta fina

Non lasciatevi ingannare dall’apparenza: i versi di Gaetano Pecorella non sono la cosa più brutta nel libro di versi di Gaetano Pecorella.
Nel libro di versi di Gaetano Pecorella c'è una cosa più brutta dei versi di Gaetano Pecorella [in questo articolo troverete molte ripetizioni che sperano di sembrare anafore: l’abbiamo scritto ancora freschi di lettura dei versi di Gateano Pecorella, quindi felicemente influenzati dallo stile di Gaetano Pecorella]. Ci riferiamo al frontespizio del libro di versi di Gaetano Percorella. Aprire un libro e leggere «poesie di Gaetano Pecorella, disegni di Gustav Klimt» è un po’ come aprire uno spartito e leggere «parole di Luciano Moggi, musica di Franz List»: brutto assai. Tra l’altro è una menzogna. Una spudorata menzogna. Una spudorata menzogna dovuta all’esemplare modestia di Gaetano Pecorella [in questo articolo troverete molti aggettivi stucchevolmente anteposti al sostantivo: l’abbiamo scritto ancora freschi di lettura dei versi di Gaetano Pecorella, quindi ecc.]. Certo, i disegni che impreziosiscono il volumetto sono davvero disegni; ma quelle che allietano i disegni non sono affatto poesie. Macché poesie: è riduttivo. A scrivere poesie son bravi tutti: basta esser poeti e il gioco è fatto. Qui invece no, qui c’è roba d’élite, roba per poetastri di grande levatura.
Perché quelle che scrive Pecorella sono le uniche, le autentiche, le inimitabili «poesiole» – mitiche creature versiformi che credevamo estinte da decenni e che adesso, grazie a questo sobrio «Professore Avvocato milanese» (come lo definisce il risvolto, con laconico garbo ed esemplare uso di maiuscole) scopriamo essere ancora vive e vibranti, con la loro ineffabile capacità di racchiudere in poche righe l’intero universo spirituale del poetastro – e, soprattutto, l’intero secchiello della sua tecnica.
Ecco infatti Pecorella snocciolare le intramontabili querimonie di un eros anagraficamente asimmetrico, quindi sfigato (“Sulla carne | ho il segno di notti d’amore e di follia. | Tu, verde d’età, | un corpo hai come di pietra, | senza ferite né solchi, | né dolenti memorie”). Eccolo spargere le immancabili badilate di antichizzante – alcune, le più sbarazzine, venate di audaci metafore  (“Ma so, | come farfalla un dì, | su altri fiori, | su più giovani steli, | dormirai sonni tranquilli”); altre, grazie all’uso scanzonatamente dissennato dell’anastrofe, ricordano in maniera suggestiva sintassi e accenti del Gennargentu (“Molte paludi hai attraversato. | (…) Addio vi dico, | donne dai grandi seni su cui la testa ho riposato”).
Ma aleggiano anche le classiche fragranze di deja lu, che all’accorrenza si possono giustificare come «omaggi» (“Solo questo | di me | ti posso dire: | quel che non sono | quello che non voglio”; “Come pietra sto. | Come albero | sto. | D’autunno | sulle rive del fiume”). E ci sono gli allegri svarioni, che all’occorrenza si possono spacciare per licenze poetiche (“… ti guardo, | immoto, | come questo albero compagno mio d’età. | Come me | troppe radici avvince a terra”).
E poi c’è l’adorabile squisitezza delle immagini abusate, dei paragoni infeltriti (“un’ombra | è passata nei tuoi occhi | come volo d’uccelli | nella sera”; “Dorme | Il tuo corpo nudo, | bello come un raggio di luna”); ci sono le sapide disavventure lessicali, che divertono grandi e piccini sprigionando briosi equivoci (come la proditoria calvizie di “Un tuo piccolo gesto | i capelli rimuove.”). Ci sono perfino le difficilissime poesiole bonsai, che riescono a comprimere in due soli versi tutto il gaio tritume di cui sopra (“Se tu sei triste | tace il canto degli uccelli.”).
Ma c’è, soprattutto, negli sparsi versi e un po’ perversi di Gaetano Pecorella, l’essenza stessa della poesiola poetastra: l’andamento da cantilena a rotelle, la tenera e insopprimibile voglia di librarsi agile di rima in rima, perennemente frustrata da un’imperterrita sordità che la fa stramazzare di cacofonia in cacofonia (“Una sottile nostalgia mi prende | (…) | del sorriso | che inatteso illumina il tuo viso. | Trepida attesa ci sorprende…”).
Però una cosa va detta, a onor di Pecorella: rispetto al compagno di scuola poetica Bondi, per il suo libro di poesiole ha scelto una carta infinitamente più bella.

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Roso d’amore,
Pecorella smarrito.
Gaet’amo invano.

Articolo di Sergio Claudio Perroni del 16 ottobre 2008 per Poetastri.com