Avete rotto la mi... - poema civile collettivo in...

XXIV - Mi manda RaiTrans

Ci mancava anche Marrazzo
per scassar del tutto il cazzo,
dando fiato a Berlusconi
e a chi sbambola i coglioni
sostenendo che in privato
ogni ardir sia tutelato.

Certo è triste 'sto degrado
per cui un buon governatore
- già cronista assai fidado –
butti all'aria il proprio onore
per far sesso col viado.

Va a finir che con vergogna
ci scopriamo qualunquisti
ammettendo mogi e tristi 
che in quest'ambito di fogna
il più netto c'ha la rogna.

Slam poetry, poesia per voci

Parliamo di slam poetry. Trattandosi di un fenomeno molto diffuso oltreoceano ma ancora poco noto in Italia, premettiamo una breve spiegazione per i lettori che non lo conoscano.
(“Non hai mai imparato | nulla | dai morsi di ieri | sempre sei | la polvere | sui giorni | di qualcun altro”)
Senza azzardare troppo, slam poetry si può ben tradurre con “poesia d’urto” – concetto che vien buono anche per i poetry slam, quegli “scontri” di poesia che ne costituiscono al tempo stesso l’habitat e l’anima. Gli slam sono rigorosissimi tornei di declamazione poetica, in cui decine di concorrenti si sfidano di fronte a un pubblico di spettatori-giurati, leggendo o recitando i propri versi in turni da tre minuti; girone dopo girone, il pubblico li promuove o elimina votando (e vociando) fino a ridurre la sfida allo scontro diretto tra due poeti, dal quale emerge infine il vincitore dell’urto, della giostra poetica.
Già lessico e prassi danno l’idea di quanto nei poetry slam il poetico si avvalga del ludico. Un ludico in cui qualcuno potrebbe, con qualche accettabile forzatura, rinvenire le cause prime della poesia come interpretazione della realtà da condividere con un uditorio: mimesis a pieno titolo – e, dunque, autentico spettacolo.
Proprio la componente spettacolare degli slam (col doppio coinvolgimento dovuto al raddoppiarsi dei ruoli: poeta/esecutore, pubblico/giudice) rende alla poesia un servizio impagabile, mostrandola finalmente viva e vicina, arte corrente in quanto comprensibile e giudicabile. E non solo: la struttura spettacolare funge anche da efficacissimo filtro di velleità, facendo sì che quella declamata negli slam sia quasi sempre poesia vera. Il che, in un universo gremito di poetastri, ha del miracoloso.
("Ti osservo | in quest'ora di cielo | mentre esisti | senza di me | sto andando a perdere | ma vivo ancora")

Se infatti l’impudenza del poetastro non ha confini quando si tratta di ammannire in versione stampata i propri versicoli, la prospettiva di un confronto diretto, dal vivo, e con giudizio istantaneo, è un deterrente inesorabile. Vero è che il poetastro è ghiotto di premi da sciorinare in quarta di copertina, quindi di concorsi cui partecipare e di selezionatori da blandire; ma una cosa è mettersi in gara affidando il proprio libercolo alla compita lettura di giurie eventualmente addomesticabili, e tutt’altra è tenzonare declamando i propri versi al cospetto di un pubblico appassionato fino a essere scalmanato.
Certo, può capitare che qualche trombone imperterrito si avventuri comunque alla ribalta, pensando che i poetry slam siano una versione esotica dei recital di vanità – com’è successo quest’estate durante la prima edizione del “Grande Slam” di Naxos. Ma il pubblico di queste giostre poetiche ha la meravigliosa intransigenza di chi si senta competente per istinto, e così il trombone – trombona, nella fattispecie – non ha superato la prima selezione, e in finale sono andati due poeti veri: Cettina Caliò e Paolo Lisi. Dopo una lunga serie di tornate supplementari (negli slam, altra finezza di agonismo poetico, non esiste un equivalente del tie break: in caso di parità, i finalisti continuano a scontrarsi finché uno dei due non la spunta), ha vinto la Caliò, autrice dei versi che abbiamo citato in parentesi e che ritroviamo nella sua raccolta L’affanno dei verbi servili (titolo la cui bellezza patisce un’incolpevole somiglianza con quello del best-seller La solitudine dei numeri primi, pubblicato tre anni dopo).
Ecco, se c’è un problema con la slam poetry – a parte qualche fastidiosa esuberanza quando lo slam rischia di trascendere in rap – è proprio nel ritrovare stampati i versi ascoltati dal vivo. Il loro concantenarsi, perfettamente ritmato in scena, sulla pagina risulta spesso allentato da una scansione approssimativa, come se questi poeti, troppo assorbiti dall’esecuzione pre-orale dei propri versi, li riversassero sul foglio senza curarsi di quella strutturazione testuale – a capo pertinenti, maiuscole, e quant’altro stabilisca gerarchie almeno ritmiche – che occorre al lettore per poter ritrovare il loro stesso spartito intonazionale. Succede anche con alcune poesie della Caliò, che, private del chiaroscuro sintattico, in forma scritta perdono il formidabile dinamismo comunicativo di cui godono dal vivo grazie alla scansione naturale impressa dalla voce. Ma è un limite che nelle più brevi è appena percettibile, con effetti in cui la profondità sonora sembra quasi smaltare quella emotiva: “Fuori dalla porta | dei tuoi pensieri | abbracciata | me ne sto | alle mie ginocchia | un che di fiato | si frantuma | nel riflesso dell’onda | che si frange | senza fine | sullo scoglio | che io | sono”. Grande slam davvero.
Articolo di Sergio Claudio Perroni del 20 settembre 2009 per Poetastri.com

La parte in ombra di Zavoli? La poesia

Che cosa può regalarsi un uomo che ha già tutto? La risposta varia a seconda di latitudini e attitudini personali. È notizia freschissima, ad esempio, che il magnate Abramovich abbia deciso di concedersi un’ascensione al Kilimangiaro, fallendo purtroppo nell’impresa (semre più simile a una parodia di Hemingway, in questo suo alternare slanci eroici e inevitabili fallimenti sulle montagne d’Africa).  Tuttavia, siccome all’occorrenza bisogna saper essere provinciali, è giusto dire che anche in Italia possiamo assistere a sforzi del tutto analoghi: stessa insoddisfazione per quanto ottenuto, stesso bisogno di provare a se stessi e agli altri il proprio valore, stessa difficoltà a ottenere risultati accettabili in territori tanto diversi da quelli che hanno regalato la pubblica gloria.
Stiamo parlando di Sergio Zavoli e del suo ultimo libro di poesie (La parte in ombra, Mondadori). L’attuale presidente della Commissione di vigilanza RAI ha avuto una carriera lunga e costellata di successi. Evidentemente preoccupato di far sapere che non è tutto oro ciò che luccica, che anche lui ha i suoi bravi momenti di emozione e commozione di fronte al mondo nel suo più ampio manifestarsi – perché c’è vita anche fuori dai corridoi della RAI, dicono – il celebre giornalista da qualche anno si dedica anche alla poesia. La sua parte in ombra, si presume.
Certo, l’uomo di potere che scrive poesie suscita diffidenze, il pensiero corre fino a Nerone e alla sua lira. Ma Zavoli si spende con molta generosità al fine di rassicurare il lettore circa le proprie attitudini poetiche, sbandierando vari quarti di nobiltà letteraria. Tra dediche, rievocazioni e nostalgie per il tempo che fu, vengono nominati, tra gli altri: Montale, Luzi, Bo, Gatto, Zanzotto, Risi e il Caffè Giubbe Rosse (oltre a Fellini, che proprio un poeta tradizionale magari non era, ma solo perché dietro alla macchina da presa era difficile andare a capo). C’è bisogno d’altro? Qualcuno potrebbe dire che sì, ci vorrebbero le poesie. E qui cominciano i guai. In principio di libro, si riesce a scivolare via veloci da certi versi radenti il bucolico e non proprio memorabili (“Vedo che una farfalla dove passa / lascia un’ombra per terra”, “siamo come le rose antiche, / scolorite di profumo in profumo”), ma presto ci si impantana nella palude di affetti famigliari, dove non mancano i genitori, la figlia e, soprattutto, il neo–nato nipote (“Andrea è già qui, / coi suoi piccoli occhi vuol vedere / dove la vita gli ha tenuto il posto”: quasi una completa sconfessione del libero arbitrio, a ben vedere, per il nipotino). Sparse tra i vari testi, inoltre, emergono allarmate segnalazioni di distrazione collettiva, oggigiorno così tipica: “Tra gli orrori umani nessuno / più ricorda le grida delle tribù”, “Patria, non hai più chi ti nomini, / il tuo nome è perduto”, “Nessuno più rovescia le clessidre”.
Un raro momento di ironia (“Quante volte interrompi il tuo discorso / dicendo «in conclusione», / prova a dirlo all’inizio, / vedrai come s’impenna l’attenzione”), ed ecco  la sezione più dura da digerire, intitolata Versi civili. Si passa da Cernobyl alla strage di Beslan, dai bambini–kamikaze imbottiti di tritolo all’Iraq (ma c’è anche una poesia dedicata alla vedova Calipari). Temi di grande impegno, che servono più che altro a introdurre il Tema Civile per antonomasia: “Mi era venuta incontro una sequela / di sillabe spezzate in tanti punti, / co sti tu zio ne, / una storia strappata alla sua voce; / ho stretto la parola con un dito / e ha ripreso il suo canto”. In Italia, si sa, non esiste patente di civismo più efficace del richiamo alla carta costituzionale. Basta la parola: e subito le poesie (i saggi, i romanzi, gli articoli di fondo) si fanno civili. Ma Zavoli sa andare oltre: “Non sono per ridurre alla purezza le parole, / questo sentirmi ancora di sinistra / oggi prova soltanto una certezza: / io sto come nel frutto il suo sapore”. Sono versi che meriterebbero l’attenzione di esegeti zavoliani più esperti: l’Autore reputa dunque di essere colui che conferisce gusto alla sinistra? O la sua appartenenza politica è da ritenersi naturale come è naturale che un frutto abbia un proprio inconfondibile sapore? E non è che poi questo sapore farà la stessa fine delle foglie d’autunno dell’albero di Ungaretti, velatamente richiamato? Sono questioni gravi, che andrebbero risolte, pena il possibile blocco dei lavori della Commissione di vigilanza. In fondo, Zavoli occupa un rilevante ruolo di garante di tutte le parti politiche. In ombra o no.

Vigile in Rai,
quando verseggi

andresti vigilato.

Articolo di Stefano La Notte del 17 agosto 2009 per Poetastri.com

I gozzanismi piccoli piccoli del pulviscolare Cucchi

L'ultima fatica letteraria di Maurizio Cucchi (Vite pulviscolari, Mondadori) è tale anche per il lettore che si avventuri nel testo senza la necessaria pazienza. Non invece per il recensore che sappia trarre gusto e divertimento anche dai momenti più difficili della produzione poetica contemporanea.
La prima sezione del libro, dedicata alla madre, si intitola - con rimarchevole accesso di fantasia - Il bacio della buonanotte. I baci di cui si parla sono di mamma, ma su gote non di giovanissimo narratore proustiano bensì di uomo ormai attempato; il che, purtroppo, dà al tutto un tono più grottesco che struggente. Pur con il massimo rispetto per i lutti personali, va detto che, se è vero che la madre dei cretini è sempre incinta, quella dei poetastri è spesso defunta (e i sentimenti verso di lei esibiti post mortem). Trattandosi di un topos tipicissimo, ovviamente, Cucchi non fa nulla per schivarlo.
Ecco dunque le corpose ripetizioni seguite da tre puntini sognanti ("mi sto specchiando nel tuo sorriso di ragazza, / e ti dico grazie, grazie...", "questa piccola donna minuta , è ormai troppo / impegnata... troppo impegnata", "Lo so... / quante, ma quante cose, troppe, / da raccontarci, una buona volta, e invece...") e i gozzanismi piccoli piccoli, quali "Chissà se l'hai incontrata in giro / quella ragazza dallo strano nome, / Leonisa, studentessa, la figlia / della contessina grassa, la figlia / di tuo padre". Versi che, se non altro, servono a far rifulgere la nobile figura di Carlotta Capenna, al cui confronto la buona Leonisa, poveraccia, scompare.
E siccome i luoghi comuni non vengono da soli, cosa mai potrà seguire l'elegia di mammà? Ovvio: l'epica del vigore giovanile del corpo maschile! (Meglio se povero, meglio se proletario). E allora via, in un turbinoso susseguirsi di autisti che caricano bagagli (ovviamente con "la cicca tra le labbra, la camicia / appiccicata alla schiena"), operai che si guardano le mani ("Ha toccato la catena e ha le dita / tutte macchiate di morchia" - versi di un'inutilità che ha pochi eguali persino limitandosi alla sola poesia di Cucchi), osti dai grandi corpi, marinai che scendono nella botola ("con uno straccio, fischiettando"), "favolosi" bersaglieri, tute di operai giovani (chiaramente "sporchi di fuliggine").
Qualora non fosse chiaro il senso del riferimento alla primigenia forza eruttante da tali corpi, l'Autore si preoccupa di illustrare alla madre anche con maggior nerbo - è il caso di dirlo - il valore profondo delle sue misteriose allusioni: "Avessi visto invece, come nell'album / delle figurine, la nobiltà del ferro / giovane, abbagliante. Il ferro rosso / di fuoco o bianco incandescente, il ferro / nero freddo, e un gusto forte / di ferro, un odore aspro / di ferro...". Un trionfo di doppi sensi - involontario? - da far impallidire Pippo Franco e Martufello.
Ma gli intrecci tra cultura alta e bassa non si fermano qui. Ecco infatti i versi "Terzo albero a destra, lungo la strada / un cappello, pantaloni blu, e l'impugnatura sinistra. Il rimbombo / alle sei di sera", dove convergono le suggestioni di un Bennato della seconda stella a destra e quelle di un Venditti delle bombe delle sei, quelle che non fanno male. Suggestioni a secco, chiaramente, visto che di musicalità non si ode traccia.
Perplessi, si stenta a credere che tutto possa essere sputtanato in canzonetta, ma subito si crolla rassegnati di fronte a "Dove sei don Egidio? Dove sono / i miei gol di rapina? / Dove sono finiti, mi chiedo, / gli oratori sereni del tempo che fu?". Neanche un prete per chiacchierar, dunque? Possibile? Possibile, sì: basti considerare che la poesia successiva è un tripudio di "Acceso è azzurro opaco azzurro/ Ovvio azzurro che sfuma / Nell'azzurro azzurro che non amo / Ma ormai mi piace azzurro aperto / Azzurro chiuso azzurro inizio / Azzurro fine". Era proprio quell'Azzurro, dunque: nessun dubbio. Aridatece le canzonette originali, allora.
Va detto, comunque, che Cucchi sa fare di peggio. Perché è quando si imbatte nelle domande ultime, che il Nostro rende al massimo. Autore di grandi ambizioni e ancor più grandi pretese, egli non può rinunciare al riferimento ontologico ai Massimi Sistemi: "Ma che cos'è / il nulla?". Oilà, che domandona. Quanto significato, in sì breve distico. E, mentre ci si chiede se per rispondere convenga ascoltare a destra lo squillo di Heidegger, per cui il nulla nulleggia, o basti un rintocco di sempreverde Parmenide, vengono in mente le parole di Giorgio Ficara, lette sul risvolto: "Cucchi con il suo cadenzato passo feriale si è alfine incamminato nella metafisica". Oibò, "alfine". Perbacco, "la metafisica". Riguardo al "feriale": rileggendo i versi del prefato e risalendone il timbro, viene il sospetto che quel passo lo si intendesse, piuttosto, ferale. Il refuso sarebbe l'unica cosa giusta di tutto il volume.

Astro poetante,
si crede Cucchi.
Ma è solo poet'astro.

Articolo di Stefano La Notte del 7 luglio 2009 per Poetastri.com